Sicilia, molti fondi e pochi programmi

17/03/2003



              Domenica 16 Marzo 2003
              Turismo


              Sicilia, molti fondi e pochi programmi


              DI PIETRO BUSETTA

              Tutto il resto è in ombra, recita uno slogan dell’assessorato regionale al Turismo che pubblicizza la Sicilia. Ma quello che in realtà resta veramente al buio è il progetto di sviluppo che l’Isola si è data per un settore che a detta di molti dovrebbe essere portante per il futuro dell’economia. Non si capisce quale progetto complessivo sottintendano una serie di interventi, che se guardati singolarmente possono risultare anche interessanti. Non una individuazione di obiettivi di presenze da raggiungere per i prossimi anni. Non una idea di distretti turistici da costituire o da completare, come per esempio è avvenuto recentemente in Sardegna, a Chia, a circa 40 chilometri da Cagliari. Non una individuazione dei mercati importanti di riferimento. Si viaggia a vista soddisfatti se nel 2002 la perdita subita in termini di presenze si contiene in pochi punti percentuali. Come se si fosse raggiunto il proprio livello di riferimento e quello si dovrebbe più o meno mantenere. Eppure a due passi la piccolissima Malta consegue presenze analoghe, dimostrando come una sana politica possa determinare un ruolo per un settore che non potrà risolvere i problemi occupazionali dell’Isola, ma che certamente può contribuire ad alleviarli. Eppure le risorse destinate al settore, la cosiddetta spesa regionale per il turismo, sono rilevanti e molto più consistenti di quelle di altre regioni leader. In media negli anni 1998-2000 quasi quattro volte quelle del Veneto che ha ben diverse presenze: 121 milioni contro 34 milioni. Tanto che l’assessorato è politicamente tra quelli più appetibili. In verità l’Isola parte da una sottodotazione strutturale rilevante. Soli 70mila posti letto. Se si confrontano con i circa 260mila dell’Emilia Romagna, o i 180mila del Veneto, o i 240mila del Trentino Alto Adige ci si rende conto immediatamente come la sottodotazione sia palese. Anche se le preoccupazioni degli operatori rispetto ad un incremento dei posti letto è molto presente. Resta prevalente il principio di canalizzare lo sperduto visitatore che si prova a spingere fino al profondo Sud per ospitarlo piuttosto che quello di andarlo a cercare nelle nebbie del Centro Nord o della pianura padana. Di conseguenza avere pochi letto a disposizione dà garanzia di riempirli. In realtà recentemente una serie di interventi a favore del settore sono stati messi a punto anche grazie ai fondi strutturali di Agenda 2000. Come quello che riguarda le risorse destinate alle ristrutturazioni di complessi alberghieri o quelli per una serie di porti turistici lungo gli oltre 1.500 chilometri di costa isolane. Ma i problemi che riguardano il settore sono tanti. Dalla distribuzione di responsabilità e compiti tra enti differenti, comprese quelle aziende provinciali turistiche, spesso enti per sistemare chi ha dato prova di fedeltà nell’organizzazione del consenso piuttosto che efficienti strutture di promozione e programmazione del settore. Una serie di carenze strutturali nei trasporti che lasciano alcune zone lontane da flussi importanti di visitatori. Agrigento è distante due ore e mezza/tre dal più vicino aeroporto. Sia in auto che in treno. Raggiungere Ragusa e il distretto del barocco è una fatica non indifferente. Se l’Etna decide una eruzione, addio stagione per Taormina e la zona di Catania, considerato che l’aeroporto più vicino diventa quello di Palermo. Se poi non piove per qualche mese e il corrispondente del «Times» trova un ristorante in cui manca l’acqua, tutta l’Isola diventa off limits per i ricchi europei del centro Europa. Senza una capacità di reazione adeguata per spiegare che il problema esiste, ma che gli alberghi nella loro maggioranza hanno risolto il problema con dotazioni alternative rispetto a quelle dell’acquedotto. La verità è che quella del turismo per l’Isola è diventata una emergenza proprio come quella dell’acqua. E che di fronte alla impossibilità di gestire e programmare il settore in tempi normali, forse diventa importante commissariare tutto il settore per un certo periodo. Perché il problema certamente non si risolve sostituendo un assessore con un altro. Spesso quelli che si sono succeduti hanno operato con una certa buona volontà e con determinazione. Ma ci si scontra con un groviglio di competenze, interessi stabilizzati, incrostazioni burocratiche assessoriali che non consentono di avere le mani sufficientemente libere per operare bene. Il governatore Cuffaro, che ha ancora 4 anni di mandato, non può lasciare il settore così come l’ha trovato. E allora grandi poteri a un commissario per un periodo limitato, obiettivi possibili ma di livello in termini di presenze da raggiungere e scadenze precise alle quali chiedere conto dei risultati conseguiti o mancati. Come se si trattasse di una azienda. Ma non si tratta dell’azienda Sicilia?