Sicilia. Il doppio volto del sommerso

12/07/2002



il doppio volto del sommerso

MARIO CENTORRINO




Una recente analisi della Cgil regionale sul lavoro sommerso in Sicilia offre dati aggiornati sul fenomeno e in più mette in rilievo le carenze e le nuove tipologie di lavoro illegale. Oggi, nell’Isola, due lavoratori su tre operano in modo irregolare. Disaggregando ulteriormente il dato, troviamo che uno su tre opera completamente in nero, ed ancora uno su tre risulta collocato in una sorta di zona grigia, una zona, potremmo definirla, a legalità parziale.
L’originale utilizzazione di uno strumento di ascolto, il Camper dei diritti, ha permesso al sindacato di ricostruire alcune configurazioni che in parte confermano le tipologie comuni in letteratura, in parte ne aggiungono di inedite. Nella zona grigia troviamo lavoratori che ricevono formalmente una busta paga regolare, ma vengono, in sostanza, retribuiti con un salario decurtato. Nelle scuole private operano docenti pagati un euro all’ora. Ci sono poi operatori cui vengono richieste ore aggiuntive, oltre quelle contrattualmente previste, a stipendio invariato. Un caso, quest’ultimo, assai frequente negli esercizi commerciali e nelle imprese edili. Ancora, lavoratori che firmano, all’atto dell’assunzione, una lettera di licenziamento volontario dall’impresa senza indicazione di data, prassi ricorrente nelle attività di cooperazione sociale.

Ultimo «trucco»: la percezione abusiva degli assegni familiari che il datore di lavoro trattiene dalla retribuzione, quasi una forma di «pizzo» sull’occupazione.
Sicché a fronte di queste tipologie suscita minor sorpresa la conferma di un ampio numero di lavoratrici che non godono delle norme sulla maternità, ovvero di lavoratori cui viene negato il diritto alle ferie o la retribuzione durante le ferie. C’è poi, una peculiarità in Sicilia, come in altre regioni a rischio: il legame stretto tra la criminalità organizzata e la crescita del lavoro in nero. L’assenza di controllo, da parte dello Stato, favorisce comportamenti illegali da parte delle imprese, spesso «garantite» con il ricorso alla protezione loro assicurata dalla criminalità mafiosa.
Il controllo su questa sorta di mercato del lavoro parallelo, che innesca forme di concorrenza sleale e incita al «ribasso» nel rispetto delle regole, è affidato, infatti, a dodici ispettori del lavoro a fronte di una dotazione organica necessaria stimata in almeno centoventi ispettori. E – i dati presi in considerazione sono gli ultimi disponibili, quelli che risalgono a fine aprile – hanno fatto finora ricorso ai benefici legislativi offerti dalla legge per la regolarizzazione del lavoro sommerso solo venti aziende in Sicilia per un totale di quarantasette lavoratori. Sono cifre che si commentano da sé.
Due meccanismi perversi sembrano reciprocamente sostenersi: l’introduzione di una legge per la riemersione porta inevitabilmente a una disattivazione degli strumenti di vigilanza onde favorirne l’applicazione. Paradossalmente, questa scelta suggerisce aspettative «al rialzo», la convinzione cioè che, di fronte agli scarsi successi degli interventi adottati, sopravvengano ulteriori e più convenienti incentivi. Per intanto l’economia siciliana sopravvive con un incidenza del lavoro nero pari addirittura all’80 per cento nel settore del tessile, al 65 per cento nel commercio, al 40 per cento nel settore dell’edilizia, al 25 per cento nelle installazioni telefoniche. Un’economia in nero.
Mario Centorrino