Siamo il museo del mondo ma anche il turismo stenta

23/04/2004

venerdì 23 aprile 2004

Visti da lontano

Siamo il museo del mondo ma anche il turismo stenta

di MASSIMO GAGGI

        Bill Clinton disse una volta che, se non avessero saputo rinnovarsi recuperando capacità di innovare e competere, i Paesi della «vecchia Europa» avrebbero dovuto prima o poi abituarsi al mestiere di guardiani del museo nel quale sono custodite le memorie del mondo. Viste la preoccupazione dell’America per la rapidità con cui la «fabbrica del mondo» cinese invade anche i mercati delle medie tecnologie e per il trasferimento in India di attività e servizi di molte società Usa, verrebbe da ironizzare sul fatto che gli Stati Uniti, terra con poca storia, non avranno nemmeno questa valvola di sfogo. Ironia forse gustosa, ma ragionamento miope: perché l’America rimane molto più competitiva dell’Europa sia come capacità di ricerca tecnologica e di innovazione dei prodotti, sia per il contenimento dei costi; e perché – storia o non storia – gli Stati Uniti sono comunque in testa a tutte le classifiche del turismo internazionale. L’Italia ha ancora molte carte da giocare per cercare di recuperare terreno in molti settori industriali e per tentare di arginare il declino in altri comparti in cui la concorrenza si è fatta spietata. Ma siccome un destino di parziale deindustrializzazione non può essere escluso, non sarebbe male rimboccarsi le maniche e concentrare risorse e sforzi sui settori più promettenti nel campo dei servizi. La Gran Bretagna l’ha già fatto con successo, ad esempio trasformando Londra nella grande «piattaforma» finanziaria dell’Europa. La Spagna investe da anni massicciamente nel turismo: un lavoro iniziato dal generale Franco e proseguito di buona lena da governi di destra e di sinistra. Risultato: infrastrutture moderne, aeroporti e collegamenti aerei eccellenti, un’offerta turistica enorme e bene articolata.
        L’Italia, Paese che pure racchiude – tra monti, laghi e coste – i più bei panorami d’Europa e che conserva la metà delle opere d’arte del mondo, una forte politica del turismo non se l’è mai data, col risultato di farsi superare prima dalla Francia, poi dalla stessa Spagna. La cosa non ha mai troppo preoccupato i governi. In fondo, con un «fatturato» che raggiunge il 7,5% del reddito nazionale, il turismo è pur sempre la prima industria del Paese (ma in Spagna sfiora l’11% del Pil). E poi è lo stesso parlare di turismo come industria che non piace: evoca colate di cemento in ambienti naturali delicati, da sottrarre a ogni speculazione. L’ambiente va sicuramente tutelato, ma ci sono zone che possono tranquillamente sopportare nuovi insediamenti.
        In Italia se ne stanno costruendo alcuni, ma i capitali sono tedeschi e britannici. La «schiavitù del Pil» non piace a nessuno, ma se non vogliamo centrali elettriche, raffinerie, concerie, capannoni industriali e nemmeno nuovi alberghi, sarà il caso di smettere di lamentarsi perché l’economia non cresce. E poi industria del turismo significa anche infrastrutture efficienti, aeroporti moderni e puliti, aviolinee capaci di offrire i collegamenti non solo dalle città estere a un «hub» italiano – Roma o Milano – ma fino alla destinazione finale. Anche di questo ci si cura poco, come dimostra la crisi senza fine di Alitalia. Serve poi una varietà di strutture alberghiere adatte ai vari tipi di domanda, collegate con servizi affidabili e ben coordinati che consentano ai grandi tour operator europei come Thomas Cook o la tedesca Tui di muovere le migliaia di turisti loro clienti senza dover negoziare contratti con una miriade di piccoli alberghi.
        In questo campo stiamo facendo poco: l’anno scorso abbiamo addirittura perso quote di mercato, mentre nei cataloghi di queste organizzazioni internazionali le destinazioni italiane sono sempre meno. Nel 2004 si attende un sia pur lieve recupero, ma l’aumento del costo della vita rischia di penalizzare il settore più dinamico: quello dei villaggi che offrono la formula residence. Mentre noi fatichiamo a trovare il bandolo della matassa, Paesi con una forte volontà politica riescono a sviluppare il turismo anche nelle zone meno attraenti. E’ il caso degli insediamenti turistici americani, nelle Canarie, isole molto belle ma con le acque fredde dell’Oceano: un frutto della capacità negoziale del governo spagnolo che impose a Washington di investire nel turismo dell’isola come compensazione per la scelta di caccia F 16 «made in Usa» da parte di Madrid.