Siamo atipici, sfruttati e senza tutele

19/06/2003



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19.06.2003
Dai co.co.co. ai part-time sono oltre sei milioni le persone con un rapporto di lavoro «non tradizionale». I risultati di uno studio dell’Ispel
Siamo atipici, sfruttati e senza tuteleAi precari, interinali in testa, il record degli infortuni
di Bruno Ugolini

ROMA C’era una volta la fabbrica. Comincia un po’ così lo studio dell’Ispel (istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro) e dell’Eurispes sugli «incidenti sul lavoro e lavoro atipico». Comincia con la testimonianza di un operatore sanitario, Nicoletta
Biggi, medico a Milano. L’operatore racconta come dieci anni or
sono entrava, per un sopralluogo, in un grande impianto produttivo e aveva la sensazione di attraversare un villaggio autosufficiente. Ora tutto è cambiato. Il medico del lavoro entra e vede «facce ogni volta nuove». Sono gli «atipici». Osserva: «Non li ho mai visitati». La risposta classica è: «Non c’è bisogno, sono quelli della cooperativa
(oppure sono quelli dell’appalto)»…
Il medico rimane perplesso, anche perché alcuni strumenti di protezione sono un optional.
È la condizione di gran parte del mondo del lavoro detto atipico, quello che la recente «controriforma» governativa intende moltiplicare, dando spazio a nuove e innumerevoli forme di flessibilità. È un mondo soggetto più di altri al rischio dell’infortunio,
dello stress, delle nuove malattie professionali.
È la conclusione a cui è giunto lo studio Ispel-Eurispes, il primo in Italia e forse nel mondo ad indagare su queste tematiche che investono il futuro e che richiamano un antico slogan «la salute non si vende».
Tutto parte dall’accertamento di una realtà imponente. Gli atipici sarebbero ormai oltre sei milioni. E sono cresciuti, dal duemila al duemilaedue, del 7,3%. Erano il 20,4% dell’occupazione totale e ora sono il 27,7%. Saranno il 30% a fine anno. La parte del leone la fanno i Co.Co.Co. (39,4 degli atipici), seguono i contratti a tempo determinato (18,1), il part-time a tempo indeterminato (16,1), gli
apprendisti (7,8), part-time a tempo determinato (7,5), gli interinali (4,9), formazione e lavoro (4,3), Lsu (1,7), Pip ovvero piani di inserimento professionale (0,2).
È una flessibilità impetuosa, dovuta ad esigenze produttive, ma soprattutto alla volontà di abbattere i costi. E che provoca pesanti danni alle persone. Scrive il rapporto: «Il lavoro flessibile comporta un maggior rischio d’incidenti e di malattie professionali», con un’incidenza variabile a seconda delle forme contrattuali. Rischi più
bassi nel part-time e più alti negli interinali.
I tassi di mortalità e d’infortuni (sul lavoro) dei lavoratori temporanei
sono, comunque, «almeno due-tre volte superiori a quelli dei lavoratori stabili e permanenti». Questo anche perché c’è la tendenza ad assegnare loro «i compiti pericolosi, rischiosi o da prestarsi in ambienti insalubri che il personale regolare dell’impresa di norma rifiuterebbe».
È la stessa atipicità del rapporto di lavoro che rappresenta un fattore
di rischio. Perché il lavoratore non ha il tempo per apprendere bene le tecniche specifiche della propria mansione.
Perché è soggetto a forme continue di precarietà e flessibilità che rendono difficile l’attribuzione delle responsabilità aziendali in un infortunio. Esso può verificarsi perché l’atipico proviene da un iter professionale particolarmente difficile, da un mai realizzato consolidamento di una posizione lavorativa, da percorsi di apprendimento professionale sempre diversi da loro, da uno stress derivante dai frequenti periodi di disoccupazione.
Quello disegnato dalla ricerca è la figura di un atipico confuso, indebolito, soggetto facilmente ad ammalarsi o farsi male, «pronto per subire o procurarsi un danno». Tanto che si è propone di inserire lo stesso lavoro atipico «nell’elenco dei lavori usuranti».
Sono all’orizzonte, in questo quadro, alcune «tecnopatie» non ancora prese in considerazione. Altri nuovi infortuni, legati al futuro, sono quelli detti in itinere, ossia derivanti dalla maggiore mobilità cui sono sottoposti i lavoratori interinali soggetti a continui spostamenti, il mobile worker che utilizza intensamente motocicli e automobili.
Insomma, più sei atipico e più sei esposto. Una tesi sostenuta anche dall’Inail che addebita alla troppa flessibilità il fatto che non siano diminuiti gli incidenti sul lavoro. Essi passano dal 4,7% nel 1997 al 10,5 del 2000 tra i lavoratori a part-time.
Questa è un po’ la sintesi del quadro impressionante elaborato dai due istituti e presentato ieri a Roma, accompagnato da richiami anche ai possibili interventi legislativi. È una situazione insostenibile da modificare, non da estendere come vorrebbe fare il governo anche con la sua nuova serie d’interventi. Siamo di fronte ad un grido d’allarme da non lasciar cadere.
Oggi, spiegano ancora i ricercatori, gran parte dei lavoratori sono
«assorbiti dal processo produttivo e fortemente insicuri». I lavoratori postmoderni, proprio in quanto precari, sono maggiormente sfruttabili: «le richieste nei loro confronti aumentano, senza il minimo pudore e in cambio si dà sempre meno…». Una rotta da invertire