“Si taglia dove non si vede”: i licenziamenti Compass, con l’azienda in attivo

01/12/2012

«Servizi generali tipo la ristorazione o le pulizie degli uffici sono sempre le prime spese che un’azienda taglia quando deve far quadrare i conti», dice Luca Solari, del dipartimento di Studi del lavoro di Scienze politiche alla Statale di Milano. L’equazione è: meno commesse, meno lavoro, meno dipendenti.
A scendere in piazza, venerdì, anche Filcams, Fisascat e Uiltucs, le sigle confederali di Cgil, Cisl e Uil nei settori commercio, servizi e turismo. Contro i licenziamenti di 824 dipendenti di Compass Group, multinazionale nel settore della ristorazione e dei servizi di pulizia.
Il colosso britannico – che in Italia gestisce, tra gli altri, il servizio mensa alla Camera dei deputati, al Senato, alla Banca d’Italia e in aziende come Eni, Pirelli e Università Bocconi – ha aperto lo scorso 25 settembre una procedura di licenziamento collettivo per 665 operai, 147 impiegati e 12 quadri (su un totale di 7941 dipendenti, tra cui 7373 operai, 487 impiegati, 65 quadri).
Il gruppo non è in crisi, ricavi e utile sono in attivo. Ma le dichiarazioni ufficiali di Compass non nascondono difficoltà nell’area del sud Europa, in Spagna, Portogallo e Italia. Da qui la decisione: un taglio al personale, si legge nella comunicazione, «strutturalmente in esubero rispetto alle mutate esigenze organizzative e produttive».
Dentro Compass, sottolineano i sindacati, «da ottobre 2011 a settembre 2012 sono state fatte oltre 97mila ore di lavoro supplementare e 27mila di straordinario. E sono stati assunti stagisti e interinali». Insomma, di lavoro ce n’è. Il nodo vero, lamenta Giorgio Raul Ortolani, segretario milanese di Filcams, «è che di fronte alla richiesta giunta dai vertici britannici di aumentare i profitti si è scelta la via più semplice, quella di tagliare sul lavoro approfittando della crisi».
Con una procedura che, accusa Filcams, «è viziata nella sostanza e nella forma».Perché, spiega la segretaria nazionale Elisa Camellini, «certamente l’azienda ha tutto il diritto di decidere di riorganizzare, ma questo non vuol dire licenziare senza nessun tipo di concertazione».
Sullo sfondo c’è un altro timore. Che a consentire con maggiore facilità questa procedura di licenziamento collettivo contribuisca la riforma Fornero. Tra le varie modifiche della nuova legge sul mercato del lavoro c’è quella per cui «gli eventuali vizi della comunicazione possono essere sanati, ad ogni effetto di legge, nell’ambito di un accordo sindacale concluso nel corso della procedura di licenziamento collettivo».
Vuol dire che con la sola firma di uno dei sindacati, anche autonomi, presenti al tavolo delle trattative, eventuali difetti nel procedimento portato avanti dall’azienda sono eliminati. Basta questo per favorire licenziamenti “a cuor leggero”? Secondo Maria Teresa Carinci, ordinario di diritto del lavoro alla Statale di Milano, il cambiamento di questo aspetto «non è così significativo».
E’ vero che «in alcuni snodi la nuova normativa allenta le garanzie: prima queste erano assicurate da un controllo puntiglioso da parte del giudice, oggi è sufficiente un accordo finale sanante, anche con solo uno dei sindacati». Purché nell’accordo questi siano «specificamente menzionati». La sensazione, conclude la docente, «è che a spostare il baricentro delle decisioni aziendali siano soprattutto le convenienze di mercato».