Si scrive job on call, si legge senza tutela

15/07/2004



 
   
giovedì15 luglio 2004
ECONOMIA






 


                ATIPICI
                Si scrive job on call, si legge senza tutela
                Il governo taglia la contrattazione collettiva. I sindacati: «Una deroga illegittima»

                GIOVANNA FERRARA

                Job on call, lavoro a chiamata. Così l’ennesima anglofonia del governo Berlusconi maschera, dietro l’esotismo verbale, la realtà del nuovo precariato istituzionalizzato. Il termine tecnico corretto è, invece, contratto di lavoro intermittente. Già instabile nella previsione di legge, ora lo diventa ancora di più per l’interpretazione data dal ministero del welfare. Rispondendo a un quesito presentato dalla Fipe (Federazione italiana pubblici esercizi), il sottosegretario Maurizio Sacconi ha chiarito la natura diabolica della norma: «Idatori di lavoro potranno servirsi, durante le ferie e i fine settimana, di questo strumento senza l’obbligo della contrattazione collettiva». Parte cioè una nuova sperimentazione che si sovrappone alla disciplina generale dell’articolo 34 del decreto legge 276/03, che prevedeva, come unica deroga al principio generale della contrattazione collettiva, la possibilità della «chiamata» per i lavoratori con età inferiore ai 25 anni e superiore ai 45, iscritti nelle liste di mobilità. Secondo Alessandro Genovesi, della Cgil nazionali, il riflesso culturale di questa impostazione è evidente: il lavoratore non è più considerato la parte debole, cui assicurare garanzie. Tutta l’architettura costituzionale ne esce stravolta, considerato che l’Italia è nata sotto l’egida di una dichiarata «non neutralità» nella contesa tra capitale e lavoro: la posizione di partenza di un soggetto che deve prestare lavoro è diversa da quella di chi deve utilizzare lavoro.

                Questo squilibrio non è un’invenzione della sinistra radicale. E’ un pacifico cardine della Costituzione, che parla del diritto al lavoro come di un diritto soggettivo che necessita di un’azione collettiva. Proprio questo richiamo al «collettivo» il ministero nega.

                Oltre al fatto dunque che questa eccezione non era prevista, una nebbia fitta circonda anche la previsione dell’indennità di disponibilità. Lo sottolinea anche Il Sole 24 ore che certamente non è un portavoce dei sindacati: «Il lavoratore – sostiene il giornale della Confindustria – che garantisce la sua disponibilità per tutti i week-end e, tuttavia non viene mai chiamato, non avrà diritto a nulla pur avendo rinunciato a una diversa gestione del suo tempo».

                Il governo ha presentato questo istituto come risposta al problema del lavoro nero, ma «nessuna associazione di datori di lavoro lo ha disciplinato – sottolinea Claudio Treves della Cgil – sapendo di trovare sulla strada una significativa unità tra le categorie, contrarie a un istituto lesivo della dignità personale». Chi sa se questo governo, a cui piace tanto l’inglese, sa come si traducono le frasi «incertezza sul proprio futuro» e «impossibilità di avere una pensione dignitosa». Parole che girano con sempre più insistenza nel mondo degli atipici, come emerge dalla recente indagine del Nidil: la pensione di un atipico con 40 anni di contributi – risulta -ammonterebbe a poco più di 400 euro mensili.

                Con l’interpretazione fornita in risposta al quesito, il ministro Maroni toglie ancora più tutela al già instabile lavoro intermittente. E scarica ancor di più sui lavoratori, i soggetti deboli, le responsabilità di una crisi economica che non grava mai sui datori di lavoro, i soggetti forti.