Si lavora fino a 5 anni di più

19/02/2004


GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 3 – Economia
 
 
LA RIFORMA

Si lavora fino a 5 anni di più

salvi gli assunti in tarda età
          Cosa cambia per i lavoratori, ecco gli esempi. Penalizzato più degli altri chi matura 57 anni dal 2014

          Chi ha cominciato la carriera a 25 anni nel 1978, nella versione iniziale della riforma avrebbe dovuto aspettare fino a 65 anni
          Resteranno in vigore, in alternativa, il canale dei 40 anni di contributi e quello dei 65 anni di età per gli uomini e di 60 per le donne


          ROMA – Il cosiddetto «scalone», ovvero l´innalzamento secco di cinque anni nel 2008 per accedere alla pensione di anzianità, non è stato eliminato, ma semplicemente abbassato a tre anni. Ad appesantirsi, tuttavia, non sarà il requisito dell´età contributiva, ma quello dell´età anagrafica, che aumenterà anche negli anni successivi, costringendo chi avrà 57 anni dopo il 2014 a lavorare fino a cinque anni in più. Sono queste le due differenze sostanziali tra la nuova e la vecchia proposta di riforma previdenziale del governo Berlusconi. Il principio di gradualità non è passato: nel 2007 basteranno ancora, per avere la pensione anticipata, 57 anni di età e 35 anni di contributi, ma l´anno successivo il lavoratore che vuole andare in pensione di anzianità dovrà avere – fermi restando i 35 anni di contribuzione – 60 anni di età. Non solo: negli anni successivi l´età anagrafica necessaria alla pensione anticipata crescerà di un altro anno (a 61 anni) nel 2010 e di un altro anno ancora (a 62 anni) nel 2014. In un primo momento, il governo aveva pensato, viceversa, di tenere ferma l´età anagrafica a 60 anni e aumentare – in ragione di un anno ogni due anni – l´età contributiva, che sarebbe cresciuta fino a 38 anni nel 2014 e, probabilmente, a 40 anni nel 2018.
          Il governo ha poi deciso di chiudere almeno due finestre su quattro di uscita per l´anzianità (sempre dal 2008) e di stralciare dalla riforma il provvedimento di decontribuzione sui neoassunti. Non sono state invece adeguate, come sollecitavano i sindacati, le aliquote dei lavoratori autonomi, che godono di un trattamento di favore: la loro pensione viene calcolata su un´aliquota di computo superiore di tre punti rispetto a quella effettiva. A dire del governo viene salvaguardato, in questo modo, l´obiettivo di un risparmio, a regime, sulla spesa previdenziale dello 0,7 per cento del Pil (otto miliardi di euro all´anno).
          La nuova riforma rende più gravoso l´accesso alla pensione di anzianità da parte dei dipendenti, che dovranno lavorare fino a cinque anni in più rispetto al regime attuale per maturare lo stesso diritto. Nei confronti della precedente proposta del governo (quella del passaggio a 40 anni dell´età minima di contribuzione a partire dal 2008), la nuova garantisce una maggiore equità di trattamento tra i cosiddetti lavoratori precoci e quelli tardivi (questi ultimi erano più penalizzati perché facevano fatica a raggiungere quota 40).
          Vediamo qualche esempio. Si fa particolarmente pesante la situazione dei lavoratori che hanno 57 anni di età dopo il 2014. Con il regime attuale, infatti, un operaio assunto a 22 anni nel1978 sarebbe andato in pensione nel 2013 a 57 anni di età e con 35 anni di contributi. Ora, invece, dovrà lavorare cinque anni in più: dovrà infatti aspettare, per uscire, il 2018, quando avrà 62 anni di età e versato contributi per 40 anni. Salvo, per così dire, il lavoratore tardivo, che assunto a 35 anni nel ´78 avrebbe lasciato nel 2018 con la prima versione della riforma, mentre ora potrà uscire nel 2014, un anno soltanto dopo quello che gli consentivano le norme attuali.
          Un caso intermedio è invece quello di un lavoratore assunto nel ´73 all´età di 18 anni. Anziché andare in pensione nel 2012 (57 anni di età e 39 anni di contributi), la riforma Tremonti lo costringe a lavorare un anno in più, cioè con 40 anni di contributi (anziché l´età anagrafica, la cui soglia è stata elevata, fa fede infatti quella contributiva). Se nel ´73 il neoassunto aveva 22 anni, la permanenza obbligata al lavoro aumenta invece di quattro anni: questo lavoratore, infatti, sarebbe andato in pensione, con le regole attuali, nel 2008 (57 anni d´età e 35 di contributi), mentre con la riforma Tremonti dovrà aspettare altri quattro anni e lasciare il lavoro nel 2012 (61 anni di età e 39 di contributi).
          (r.d.g.)