Si ferma l’azienda che vieta la pausa-pipì

06/04/2010

Da quando sono diventati «collaboratori», non più semplici dipendenti o impiegati, possono andare in bagno una sola volta nell’arco di un turno lavorativo (due volte per chi lavora full time). Se si ha bisogno una volta di più, bisogna timbrare il cartellino in entrata e in uscita, e evitare di farsi prendere dal panico, come è successo pochi giorni fa a un cassiere palermitano che, dicono i suoi colleghi, si è sentito male per la vergogna, tanto che hanno dovuto chiamare l’ambulanza. Ed è solo perchè sono «collaboratori» che ai dipendenti Carrefour di svariati supermercati del paese sono stati chiesti «notturni » e domeniche lavorative (tutte).
E vaglielo a dire al capoarea che la «brochure» con cui l’azienda ha sostituito, dall’inizio dell’anno, il contratto integrativo aziendale considera il lavoro domenicale praticamente alla stregua di una qualsiasi altra giornata lavorativa, senza straordinari nè maggiorazioni. «Sei un collaboratore, e l’azienda ha bisogno d’aiuto», ha risposto il responsabile al dipendente di un supermercato siciliano. Contro le politiche del colosso multinazionale francese Carrefour ieri i lavoratori si sono mobilitati per lo sciopero nazionale proclamato dai sindacati di categoria
di Cgil, Cisl eUil, uniti nella vertenza. Due i presidi, a Roma e Milano. I lavoratori protestano contro la disdetta dell’integrativo e l’introduzione unilaterale della «brochure» del collaboratore. Ma non è facile fare sentire la propria voce in un colosso come Carrefour (20 mila dipendenti solo in Italia) uso a sostituire i dipendenti in sciopero con giovani, e ricattabilissimi, interinali. A fermare il primo tentativo dell’azienda di cancellare l’integrativo è stato perciò il Tribunale del lavoro di Torino, che aveva imposto a Carrefour di trattare con i sindacati, ripristinando il contratto aziendale fino a dicembre 2009. «Ma non è stato possibile trovare nessun accordo», spiegano i sindacati, da gennaio l’azienda è ritornata all’attacco.
Alle «quotidiane vessazioni», che denunciano i lavoratori, si aggiungono le pressioni nei confronti dei sindacati e di quei lavoratori che ai sindacati si avvicinano. Donatella, diciotto anni di servizio alle spalle e cinque di esperienza come delegata sindacale, ieri era al presidio romano con sua figlia. Ha iniziato a lavorare in cassa a diciassette anni, ora ne ha trentaquattro, e il mese scorso è stata licenziata da Carrefour. Il motivo? L’avere preso qualche giorno di permesso per assistere la figlia piccola ammalata. «Un licenziamento intimidatorio », lo definisce. «Non si può affrontare la crisi abbassando salari e riducendo diritti, soprattutto quando ai lavoratori si è già chiesto tanto, in termini di flessibilità, di aperture domenicali…», diceva ieri Franco Martini, segretario della Filcams Cgil, a Milano. La brochure del collaboratore cancella di fatto la pausa retribuita, «così che la pausa la fai, ma poi la devi recuperare a fine turno, allungando così l’orario di lavoro», spiega Maria Grazia Gabrielli (Filcams). E non solo: scompare di fatto il premio fisso annuale per i neo assunti e salta anche la copertura economica della malattia che, dopo i primi tre giorni, verrà pagata al 75 per cento. «Una razzia di diritti, a cui si aggiunge ogni sorta di umiliazione»: «Anche per un semplice mal di testa non è possibile allontanarsi dall’azienda senza chiamare il 118», raccontano alcuni dipendenti romani. Tutto ciò per 1030 euro al mese, con diciassette anni di servizio alle spalle. Hai voglia a fare riprendere i consumi (anche ai supermercati che piangono tanta miseria) con stipendi del genere.