Si ferma il boom di super e ipermercati

05/05/2003




              Domenica 04 Maggio 2003
              Commercio
              Si ferma il boom di super e ipermercati

              Commercio – Negli ultimi tre anni il tasso di crescita delle vendite è sceso dal 5,4 al 3,6% – Battuta d’arresto anche per le aperture


              MILANO – La marcia, a tratti inarrestabile, della grande distribuzione, è in netta frenata. Le ultime rilevazioni degli istituti di ricerca indicano chiaramente che la crescita del volume d’affari sta rallentando vistosamente. Secondo Information resources, ad esempio, la crescita delle vendite di beni di largo consumo (grocery) nel 2000, rispetto al 1999, è stata pari al 5,4 per cento. Nel 2001 il tasso tendenziale di incremento è sceso al 4,6% mentre il consuntivo del 2002 segna solo un +3,6% rispetto all’anno precedente.
              Alla base di questo andamento c’è la combinazione di vari fattori: la sostanziale saturazione di molte aree, la farraginosa riforma del commercio, che risulta ancora applicata solo in parte e in modo anche divergente tra Regione e Regione. Nello stesso tempo i grandi gruppi stanno andando a caccia di catene locali per poter crescere. Come spiegano le associazioni di settore (da Faid a Federcom, da Ancc-Coop a Ancd-Conad), gli investimenti per realizzare nuove strutture sono quasi bloccati. L’acquisto di realtà già esistenti è oggi la via obbligata per crescere.
              Il giro d’affari della grande distribuzione si attesta oggi intorno ai 60 miliardi di euro, considerando circa 40 miliardi di vendite di beni grocery e circa 20 miliardi di prodotti freschi. Finora lo scenario della distribuzione italiana è stato contraddistinto – come rilevano all’Università Bocconi – da un a progressiva perdita di quota da parte del dettaglio tradizionale. Nell’arco di 12 anni, il piccolo negozio di prodotti di largo consumo ha visto la propria quota di mercato calare dal 40% (del 1990) al 20% stimato oggi. Nello stesso tempo la quota dei supermercati è salita dal 34% al 37,5% mentre quella degli ipermercati è passata dal 4% al 15,5 per cento. L’hard discount nel frattempo si è attestato intorno al 5,5% mentre i superstore, ossia i grandi supermercati intorno ai 2mila metri quadrati sono saliti da una quota del 2% del 1995 al 6% di oggi. I piccoli supermarket di quartiere (le superette) sono invece scesi dal 22% a una quota del 15,5 per cento.
              Ma, come sottolineano alla Federcom (l’associazione della distribuzione organizzata) la stagnazione nella spesa delle famiglie e il rallentamento nel ritmo di sviluppo della rete ascrivibile alla parziale attuazione della riforma, stanno segnando lo sviluppo della grande distribuzione in Italia.
              In buona parte delle regioni la riforma del commercio non è stata del tutto recepita, mentre resta ancora aperto il problema dell’attuazione della nuova normativa a livello comunale. Su quest’ultimo fronte i tempi si sono dilatati a dismisura. Al tempo stesso le Regioni stanno riconsiderando l’intera questione alla luce dei nuovi poteri attributi dalla riforma del Titolo V della Costituzione. E su questo Faid (grande distribuzione) e Federcom, insieme con Coop e Conad, sottolineano la complessità e rischi collegati al recepimento della riforma. Soprattutto il rischio che si arrivi a una Italia del commercio a macchia di leopardo, senza regole comuni per tutti.
              Un’analisi Federcom evidenzia come la metà
              delle Regioni ha già rimesso mano più volte
              alla normativa di recepimento della riforma.
              Gli operatori sono di fatto disorientati e
              devono confrontarsi in almeno 15 Regioni
              con un «contingentamento dello sviluppo
              della rete».
              Intanto la produttività dei punti vendita (vendite per metro quadrato) segna il passo, ricordano alla Bocconi. Tra il 1998 e il 2002 ad esempio, nei supermercati si è scesi da 6.607 euro a 5.693 mentre negli ipermercati c’è stata una lievissima crescita da 7.548 euro a 7.564; in caduta invece i piccoli supermarket (da 5.375 euro a 5.049).
              Le imprese italiane stanno cercando dunque di accelerare le acquisizioni, le alleanze e le concentrazioni per contrastare lo sviluppo dei big stranieri. L’ultima operazione è stata siglata nei giorni scorsi da Coop Adriatica, che ha acquisito una catena di una trentina di supermarket tra Marche ed Emilia-Romagna. La barese Megamark (gruppo Selex) ha acquisito il controllo della Mida di Napoli, dando il via a un polo da 550 milioni. Non mancano gli accordi trasversali: i gruppi Sisa e Crai, come Selex in passato, hanno aperto le porte a strutture nel campo dei prodotti per la casa.
              Il gruppo tedesco Metro, dal canto suo, ha accelerato più di tutti sulle partnership con gruppi di operatori locali, realizzando in poco tempo il secondo polo italiano negli acquisti.
              VINCENZO CHIERCHIA