Sì Cgil al ritorno della scala mobile

08/01/2004

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
006, pag. 3 del 8/1/2004
di Alessandra Ricciardi


Suscita dissenso l’ipotesi lanciata dal ministro del welfare Maroni e dal sottosegretario Sacconi.

I sindacati: no alle gabbie salariali
Sì Cgil al ritorno della scala mobile

No alle gabbie salariali. Servono nuovi meccanismi per tutelare il potere d’acquisto degli stipendi dall’erosione dell’inflazione, ma la strada non può essere quella di regionalizzare i contratti di lavoro. Un’ipotesi lanciata dal ministro del welfare, Roberto Maroni, e dal suo sottosegretario, Maurizio Sacconi, che trova compatti sul fronte del no i sindacati.

La riforma del modello contrattuale sarà affrontata al tavolo del governo a partire dal prossimo 12 gennaio, una volta accantonata la trattativa sulle pensioni. Dalle schermaglie di questi giorni si è però già capito che sarà proprio la politica reddituale la bussola dei futuri rapporti tra parti sociali ed esecutivo. Tutti i sindacati concordano nel ritenere che il meccanismo dei rinnovi contrattuali in base all’inflazione programmata, sancito nell’accordo del ’93, non funziona più, vista la crescente differenza con l’inflazione effettiva registrata negli ultimi anni.

Un sistema che aveva garantito di eliminare la spirale tra aumenti di retribuzione e nuova inflazione, ma che ora sembra giunto al capolinea. Nonostante la riduzione dell’inflazione, infatti, la differenza tra quella effettiva e quella programmata è sempre più alta. Il recupero del differenziale alla fine del biennio dunque non rappresenta più un recupero residuale, ma piuttosto massiccio della perdita di potere d’acquisto.

Il governo si è detto disponibile a intavolare un dialogo con i rappresentanti dei lavoratori a tutela dei salari, ma ha già detto chiaramente che non è disposto a toccare il meccanismo previsto dal patto del ’93. Piuttosto, ha rilanciato Sacconi, ´si dovrebbe modificare il modello contrattuale rafforzando il livello aziendale e territoriale’. L’esempio classico è quello del settore pubblico, dove i salari ´potrebbero essere differenziati in base al territorio’, tenendo conto del costo della vita nelle singole realtà.

Un ritorno, insomma, a quelle gabbie salariali abolite nel 1969, che segnerebbe anche la fine dei contratti nazionali. E che i sindacati non sono disposti neanche a discutere. ´Non si farebbe altro che accrescere la distanza che separa i lavoratori delle aziende più ricche da quelli delle aziende più povere’, dice Paolo Nerozzi, segretario confederale della Cgil, che rilancia invece sulla necessità di rafforzare il contratto nazionale, ´prevedendo un meccanismo di aumento automatico delle buste paga’. Alla proposta delle gabbie salariali la Cgil risponde dunque con il ritorno alla scala mobile. Una proposta che trova d’accordo anche i sindacati di base. Per la Cisl, invece, è l’ora di generalizzare i contratti d’azienda, assenti nella maggior parte delle realtà, pur mantenendo il livello nazionale a garanzia dei diritti di tutti. ´Non ci stiamo assolutamente a parlare di gabbie salariali’, aggiunge Adamo Bonazzi, segretario dell’Usae, l’Unione dei sindacati autonomi.

´Prima di parlare di riforma dei contratti, il governo dovrebbe rinnovarli’, dice Antonio Foccillo, segretario confederale della Uil, che ricorda come i vigili del fuoco e agenzie fiscali, che sciopereranno il prossimo 16 gennaio, i monopoli di stato, la presidenza del consiglio dei ministri, l’università e la ricerca abbiano gli stipendi fermi al 31 dicembre 2001.

´Se il governo vuole differenziare i salari basterebbe finanziare i contratti integrativi, per i quali il governo prevede in Finanziaria risorse del tutto inadeguate, addirittura inferiori a quelle dell’anno precedente. Non c’è nessun bisogno di toccare il contratto nazionale’, avverte Foccillo.