«Sfruttati per pochi euro a Latina: si rischia una nuova Rosarno»

28/05/2010

Una manifestazione per gli indiani Sikh che lavorano nei campi di Latina. L’ha organizzata la Flai Cgil per domani, in Piazza della Libertà. Questi lavoratori hanno pagato 10-12 mila euro per arrivare in Italia dal Punjab. Appena giunti nel nostro paese hanno sborsato altri 2000 euro per ottenere un contratto di lavoro e 700 per quello di alloggio. Hanno avuto così il permesso di soggiorno, ma di lavoro regolare non se ne parla. Sulle carte sono collaboratori domestici, ma lavorano in nero come braccianti nei campi, nelle aziende di floricoltura, anche nelle cave, per una paga media di 3 euro e 50 all’ora, 8 o 10 ore al giorno, per 6 giorni a settimana.
Nell’emergenza dei luoghi dei nuovi braccianti sfruttati dalle mafie locali (le varie Rosario, Cassibile, le campagne nel foggiano), Latina è passata in secondo piano. Eppure gli indiani sono tanti, e pedalano sulle loro biciclette arrugginite, sotto la pioggia o il sole forte, lungo le strade a scorrimento veloce dove le auto sfrecciano. La Flai Cgil stima che siano circa 20 mila nella provincia (40 mila nel Lazio, di cui solo 8 mila registrati all’Inps).
Negli ultimi tempi, i caporali hanno iniziato a negare gli stipendi già striminziti. Alcuni vivono in appartamenti in stato di promiscuità, ma gli ultimi arrivati occupano baracche lungo il litorale o nelle campagne vicine. Quando erano pagati con una manciata di euro accettavano il trattamento da miseria, oggi, obbligati a «comprare» il rinnovo del permesso di soggiorno, mostrano amarezza. Arrivato in Italia nel 1985, Dhillon ha visto crescere la comunità. «Ora siamo alla seconda generazione – racconta – fortunatamente i bambini sono stati accolti bene nelle scuole. Ma fuori c’è razzismo. E la polizia entra di notte nelle nostre case, anche di famiglie messe in regola, senza esibire un documento che li autorizzi a violare il domicilio. Svegliano i nostri bambini e gli mettono paura».
All’uscita di uno dei loro luoghi di culto Sikh vicino Sabaudia, un uomo mostra un foglio. Secondo questo pezzo di carta, l’uomo lavora per un signore nato nel 1923, oramai morto. Poi mostra un altro foglio: c’è scritto 2000 euro, la cifra che ha versato per il contratto di lavoro. «Ora lavoro in una cava», racconta, e tira su la maglietta. Sul lato sinistro del ventre, appena sotto il petto, ha una profonda cicatrice lunga 7 centimetri. Spiega che ha i polmoni pieni di polveri.
«Il 29 maggio dovrà essere una festa, venite coi vostri abiti tradizionali e con gli strumenti musicali», è stato l’invito della Flai Cgil agli indiani. Le loro funzioni religiose hanno già i colori di una festa: gli abiti delle donne, le pareti rosa decorate con immagini sacre e bandiere, la musica di harmonium e percussioni, i bambini liberi di correre durante la preghiera con cavigliere che producono un suono allegro. Sì, i bambini sono sempre di più. «Ma se il governo italiano non dà la cittadinanza nemmeno ai nostri figli nati qui, che speranza abbiamo noi?», si chiede Dhillon