Sfida sulla rappresentanza tra i sindacati

09/07/2002


9 luglio 2002



L’accordo separato sul Patto per il lavoro riapre vecchie divergenze. Angeletti: regole valide per tutti, anche sugli scioperi

Sfida sulla rappresentanza tra i sindacati


Cofferati vuole l’applicazione dell’articolo 39 della Carta costituzionale. Pezzotta: no alle egemonie di chiunque

      ROMA – Adesso Sergio Cofferati si appella al voto dei lavoratori e dei pensionati per affondare il Patto per l’Italia siglato venerdì dal governo e dalle parti sociali (comprese Cisl e Uil). E per farlo chiama in causa l’articolo 39 della Costituzione, finora rimasto lettera morta. L’articolo, dopo aver sancito che «l’organizzazione sindacale è libera», dice che la legge può disporre la «registrazione» dei sindacati purché abbiano «un ordinamento interno a base democratica». I sindacati registrati «hanno personalità giuridica» e possono stipulare contratti «con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce». L’articolo 39 non è mai stato applicato, nonostante i tentativi fatti dai governi degli anni Cinquanta, soprattutto per l’opposizione della Cisl, che temeva l’egemonia della Cgil ed era gelosa della natura associativa del sindacato. Ancora oggi Cgil, Cisl e Uil sono associazioni di fatto, che devono la loro forza agli 11 milioni di iscritti tra lavoratori attivi e pensionati. Finché le tre confederazioni vanno d’accordo e firmano insieme i contratti di lavoro e gli accordi con i governi o con altre istituzioni (Regioni, enti locali), nessun problema. Quando invece le organizzazioni si dividono, sorge subito la domanda: sono più rappresentativi coloro che hanno firmato o quelli che non lo hanno fatto? È successo col contratto dei metalmeccanici, sottoscritto lo scorso anno dai sindacati di categoria della Cisl e della Uil, ma non dalla Fiom-Cgil. E succede ora con il Patto per l’Italia. Cofferati non ha dubbi. Il problema si risolve con «l’applicazione completa» dell’articolo 39. Il segretario della Cgil sogna elezioni periodiche in tutti i luoghi di lavoro per misurare l’effettiva rappresentanza delle diverse sigle e referendum tra i lavoratori in caso di accordi separati. Ma il leader della Cisl, Savino Pezzotta, risponde: «La Cisl si è sempre opposta all’attuazione dell’articolo 39 perché c’è sempre il rischio di far passare idee egemoniche. Sul Patto per l’Italia applicheremo il nostro statuto perché la Cisl è un sindacato associazione e io rispondo ai miei iscritti che mi pagano». Il leader della Uil, Luigi Angeletti, invece, accetta la sfida di Cofferati. Anzi, rilancia, con un pizzico di provocazione: «Sono d’accordo con a Cgil, ma deve essere una cosa seria: Cgil, Cisl e Uil dovrebbero fare un patto pubblico con il quale si impegnano a non prendere alcuna decisione, scioperi compresi, se non è condivisa dalla maggioranza assoluta dei lavoratori».
      Un fatto è certo: il clima è il meno favorevole per tentare di attuare l’articolo 39. E pensare che nel giugno del 1998 Cgil, Cisl e Uil firmarono un documento unitario a sostegno della legge sulla rappresentanza sindacale in discussione alla Camera, legge mai approvata. L’obiettivo era quello di estendere anche ai lavoratori privati le regole introdotte con la legge Bassanini nel pubblico impiego (dal ’98 vi sono state due tornate elettorali per le Rsu). Vi aveva lavorato Massimo D’Antona, consulente del ministero del Lavoro, ucciso, come Marco Biagi, in un attentato terroristico. L’unità tra Cgil, Cisl e Uil sembrava vicina. E anche la legge sulla rappresentanza. Poi le strade si sono divise. E la politica ha ripreso il sopravvento.
Enrico Marro