«Servono 5 o 6 miliardi per Sud e spesa sociale»

09/09/2003




martedì 9 Settembre 2003
PIU’ FINANZIARIA CHE WELFARE NELLA TRATTATIVA IN SENO ALLA MAGGIORANZA: SUL TAVOLO RESTA IL SUPERBONUS PER CHI NON VA IN PENSIONE

retroscena
Roberto Giovannini

«Servono 5 o 6 miliardi per Sud e spesa sociale»
Alleanza Nazionale e centristi auspicano uno sforamento
di mezzo punto del rapporto deficit/Pil per 2003 e 2004

ROMA
TROVARE cinque o sei miliardi di euro da destinare alla spesa sociale e al Mezzogiorno. A costo di far saltare gli obiettivi di deficit indicati nel documento di programmazione economica, che verrebbero sforati di mezzo punto percentuale di Pil sia nel 2003 che nel 2004. È questa la strategia che stanno seguendo (decisamente di conserva) Alleanza Nazionale e l’Udc, che ieri hanno praticamente fatto fallire il vertice intergovernativo in programma al circolo della Guardia di Finanza di Villa Spada, da cui invece ci si attendeva un sostanziale via libera al piano di intervento sulle pensioni delineato nei giorni scorsi. Un vero uno-due al bersaglio grosso, quello dei partiti di Follini e Fini: prima, ad azzoppare il conclave della task force governativa ci ha pensato Rocco Buttiglione, che a sorpresa non si è presentato a Villa Spada adducendo altri impegni. Poi, a riunione terminata, una nota di Alemanno e Baldassarri che sancisce il dissenso con Tremonti, e indica con precisione le richieste dei due partiti della maggioranza. E adesso, toccherà a Berlusconi trovare la quadratura del cerchio: per oggi, infatti, è previsto l’incontro decisivo, nella residenza del premier a Via del Plebiscito, con i leader della coalizione.
Non sarà una passeggiata. Perché An e Udc hanno messo sul piatto richieste pesantissime, e hanno tutta l’intenzione di evitare quanto avvenne un anno fa ai tempi del varo della Finanziaria 2003. Quella manovra fu predisposta in splendida solitudine da Tremonti, e solo a giochi fatti i due partiti si affannarono a cercare limitati aggiustamenti. Stavolta An e Udc si sono mossi in anticipo, attraverso i loro rappresentanti nella «task force» sulla Finanziaria Buttiglione e Alemanno. Una iniziativa di fatto coordinata, se non concordata nei dettagli, che con ogni evidenza ancora una volta schiera i partiti di Fini e Follini in rotta di collisione con l’asse Bossi-Tremonti. Una iniziativa frutto di quella che il ministro delle politiche agricole Alemanno definisce con i suoi una profonda sintonia con l’Udc, che nasce da una valutazione comune delle priorità su cui si deve modellare la Finanziaria 2004.
Fatto sta che i due partiti della Cdl che più apertamente avevano sostenuto la necessità di una riforma strutturale delle pensioni in opposizione al «niet» della Lega adesso compiono una drastica virata, fino al punto di chiedere lo sforamento degli obiettivi di finanza pubblica stabiliti nel Dpef di fine luglio. L’idea è quella di far salire il rapporto deficit-pil del 2003 al 2,8% (contro il previsto 2,3%), ad esempio evitando il previsto giro di vite sulla tassazione sulle imprese da varare con un decreto fiscale a fine anno. Per il 2004, anziché presentare una manovra netta da 16 miliardi da destinare tutti a riportare il deficit a quota 1,8%, An e Udc vogliono ridurre la manovra netta a 10 miliardi, facendo lievitare il disavanzo al 2,3%. Con i 5-6 miliardi così reperiti si possono finanziare interventi per la famiglia, per il Mezzogiorno, per i consumi, gli ammortizzatori sociali.
Ed è questa una delle ragioni della virata «sviluppista» di An e Udc. Tremonti, inizialmente, voleva a tutti i costi una riforma pesante delle pensioni. Sotto la pressione del Carroccio, impegnato a fondo per difendere quello che ritiene un suo bacino elettorale (i pensionati di anzianità del Nord) il superministro dell’Economia si è accontentato di misure che non hanno in pratica effetti immediati di risparmio.

A questo punto, An e Udc hanno deciso di rompere gli indugi: se si rinuncia ai risparmi alla previdenza, allora c’è spazio anche per allargare i cordoni della borsa e premiare i loro elettori.
Parlando con i suoi collaboratori, Alemanno – costantemente in contatto con Fini – spiega che in questo momento difficile per l’economia italiana la priorità è quella dello sviluppo, a partire dalle aree più deboli e dal rilancio dei consumi e degli investimenti. Ci si avvicinerà – senza però superarlo – al tetto di deficit del 3%, ma del resto in luglio il Parlamento aveva anticipato per settembre una nota di variazione del Dpef. E si sa che Francia e Germania supereranno di gran lunga il tetto stabilito dall’Ue. Quanto a Tremonti, Alemanno spiega di comprendere le ragioni oggettive della sua ritrosia a spendere e modificare gli obiettivi di finanza pubblica; ma la situazione è quella che è, e in ogni caso il ministro dell’Economia nel corso del vertice è stato deludente e troppo vago, persino sui numeri del quadro macroeconomico. Una delusione per An, che a differenza dell’Udc almeno ha fatto lo sforzo di partecipare al summit. Uno sforzo non premiato dalla posizione di chiusura di Tremonti.
Va da sé che ieri di pensioni in pratica non si è parlato. Per adesso, si rimane alle ipotesi già indicate la scorsa settimana, con qualche aggiustamento. Resta il superbonus per incentivare i lavoratori a rinviare il pensionamento di anzianità, il giro di vite sulle invalidità, il contributo a carico dei «pensionati d’oro», l’aumento dell’aliquota per i co.co.co, così come la stretta sui metodi di calcolo delle pensioni retributive degli statali. E dal 2008 arriverà la stretta sui requisiti per il pensionamento: sul tavolo c’è l’innalzamento a 40 anni di contribuzione, che può scattare già dal 2008, oppure con tempi più lunghi, dal 2018. Quanto basta per far infuriare i sindacati, forse troppo poco per soddisfare le esigenze della Commissione europea.