Serve un passo avanti nel rapporto tra sistema Italia e multinazionali

09/01/2013



La polemica tra Cgil e McDonald`s è continuata anche ieri, per il secondo giorno consecutivo. La Filcams, il sindacato di categoria del commercio, ha puntigliosamente replicato all`azienda americana sostenendo di non opporsi alle 3 mila nuove assunzioni annunciate (ci mancherebbe!) ma di battersi per dare posti di lavoro stabili e qualificati. A sua volta la multinazionale dell`hamburger ha risposto, che la flessibilità organizzativa è una condizione irrinunciabile per le assunzioni e che, piuttosto, l`Italia dovrebbe introdurre l`employability, ovvero il riconoscimento «pubblico» della formazione fatta in azienda. Se volessimo alimentare la querelle ci sarebbe molto da dire su un`impostazione di tipo propagandistico che ha preso piede negli ultimi tempi nella Filcams, e che era già emersa nella campagna contro le aperture festive, ma forse è più produttivo tentare di ragionare in positivo. C`è infatti bisogno di fare un passo in avanti nel rapporto tra il sistema Italia e le multinazionali che operano sul nostro territorio. Specie se vogliamo combattere, con qualche speranza di successo, la disoccupazione e produrre nuovi posti di lavoro. Oggi è difficile che la grande industria impegnata nella ristrutturazione dia vita a un massiccio programma di assunzioni, le piccole e medie imprese tricolori faticano già a mantenere gli addetti che hanno a busta paga e di conseguenza è quasi un passaggio obbligato guardare con attenzione (e speranza) alle mosse delle multinazionali. Che varrà la pena ricordare rappresentano una constituen- cy di 5oo miliardi di fatturato e oltre un milione di persone occupate. La Mc Donald`s, seppur con qualche enfasi pubblicitaria, ha annunciato il suo programma di ingaggi, gli addetti ai lavori prevedono l`apertura di Apple Store a Milano e Roma, Ikea ha inaugurato ulteriori punti vendita assumendo nuovo personale e anche la francese Decathlon aveva annunciato di voler creare posti di lavoro aggiuntivi (salvo poi subire un incredibile stop burocratico di otto anni per tentare di aprire in Brianza). L`ultima cosa che un sindacato con la testa sulle spalle dovrebbe fare è di mettersi di traverso e condizionare negativamente queste scelte. Perché non è vero che c`è sempre «lavoro povero» dietro le novità e un segnale importante è arrivato nei giorni scorsi da Ferrara dove i francesi della Louis Vuitton hanno firmato un accordo di programma con la Regione Emilia Romagna e gli enti locali per la realizzazione di un`alta scuola aziendale per la manifattura calzaturiera.
Se poi volessimo analizzare gli accordi sindacali sottoscritti con le multinazionali troveremmo esempi di buona contrattazione e scambio che riguardano materie come la flessibilità, la formazione e il governo del ciclo produttivo. Inoltre molte ditte straniere hanno adottato pratiche di welfare aziendale allo scopo di fidelizzare i dipendenti e cercare di instaurare un clima di maggiore collaborazione. Anche da un punto di vista industriale non sono infrequenti i casi in cui le multinazionali che operano in Italia hanno valorizzato i marchi che avevano acquisito spingendoli ad entrare su mercati terzi. Un esempio per tutti: la strategia Nestlè per l`acqua Sanpellegrino che ha mostrato maggiori chance di crescita rispetto alla «sorella» Perrier. La verità è che nel tempo molto è cambiato nella cultura aziendale delle multinazionali e non tutto è stato registrato con tempestività dall`opinione pubblica. Prendiamo, ad esempio, la concorrenza interna tra le filiali nazionali. li country manager che guida l`Italia, a prescindere dal passaporto che ha in tasca, ha tutto l`interesse a estrarre valore dall`attività industriale perché questo è il modo tramite il quale riesce a competere nell`assegnazione delle risorse da parte del quartier generale. E i nuovi posti di lavoro quasi sempre sono legati a questo tipo di competizione interna, al fatto che i grandi Ceo considerino o meno l`Italia un Paese sul quale vale la pena scommettere e investire risorse. Infine non va dimenticato come la dirigenza delle multinazionali che operano in Italia sia largamente composta da connazionali e tutto ciò nel medio periodo abbia comunque prodotto qualcosa di originale, un punto di incontro tra la cultura doverosamente cosmopolita del big business e le specificità nazionali.
Potremmo, con qualche semplificazione, parlare di una mediazione tra rispetto delle procedure e fantasia che permette ai manager italiani di buon livello di essere sufficientemente considerati dai cacciatori di teste che operano sul mercato internazionale. Ps. Se poi i vari compilatori di Agende, che sono freneticamente al lavoro in questi giorni di precampagna elettorale, avessero la bontà di includere nei loro elaborati anche il tema di un nuovo rapporto con le multinazionali non sarebbe una brutta idea.