Senza statistiche non c´è democrazia – di A.Recanatesi

20/01/2003



20/1/2003

L´INFLAZIONE, LA CRESCITA DEL PIL E LE CRITICHE ALL´ISTAT
Senza statistiche non c´è democrazia

Alfredo Recanatesi

NELL´ORDINAMENTO di un Paese retto da una qualsivoglia forma di democrazia, la statistica svolge un ruolo cruciale. È la scienza che consente di esprimere in forme semplici e significative fenomeni che altrimenti per la loro vastità e complessità sfuggirebbero ad ogni possibilità di percepirli correttamente. Se la conoscenza dei fenomeni è pregiudiziale ad ogni programma politico, ad ogni azione di governo e ad ogni controllo su di essa, la statistica è appunto la scienza che consente alla politica di percepire realtà e bisogni del Paese; più specificamente consente alla maggioranza di governo di intervenire per indirizzare la prima alla soddisfazione dei secondi, ed alla opposizione di verificare criticamente la congruità degli interventi ed i risultati conseguiti. Non è certo esagerato affermare, quindi, che senza statistiche sarebbe irrealizzabile una democrazia efficiente. Per converso, minare la credibilità delle statistiche significa compromettere la possibilità che le varie opinioni, non soltanto quelle politiche, possano confrontarsi sulla base di una realtà oggettiva, accertata e condivisa; senza statistiche il confronto tra interessi contrapposti non potrebbe più svolgersi con la forza delle argomentazioni, ma solo con la violenza delle parole. Ecco perché senza statistiche non può esserci democrazia. Di molte statistiche, in particolare quelle che hanno maggiore rilevanza ai fini della conoscenza dell’evoluzione economica del Paese, l’Istat ha per legge un monopolio che trova fondamento nell’esigenza di disporre di dati ufficiali, con un valore giuridico (si pensi a quanti contratti rinviano a dati statistici) e rilevanza politica, ragione per cui devono essere garantiti per il rigore scientifico e l’indipendenza con i quali vengono prodotti. Più che un monopolio, dunque, è una esclusiva in tutto simile a quella attribuita all’ordine giudiziario, in quanto le ragioni per le quali molte statistiche sono e devono essere uniche e attendibili non sono dissimili da quelle per le quali una ed attendibile deve essere la giustizia. Questa esclusiva non garantisce certo correttezza ed efficienza, né può inibire critiche e controlli. E tuttavia, dovrebbe indurre cautela proprio perché critiche avventate, generate dall’ignoranza della logica dei metodi e dei fini della statistica, quindi prive di argomentazioni scientifiche, non solo non offrono alcun contributo migliorativo, ma tendono a screditare dati e valori che, proprio per la rilevanza economica, giuridica e politica che hanno, è necessario che siano riconosciuti come corretti. In passato, dalle critiche costruttive l’Istat ha tratto vantaggio per accrescere la rappresentatività di alcune indagini, o per ordinarne la pubblicazione, o ancora per agevolarne l’utilizzazione. Ma se la critica è distruttiva, priva di argomenti fondati e verificabili, senza contenuti propositivi, allora il risultato è solo il discredito e, quindi, il depotenziamento di funzioni basilari per il corretto funzionamento dell’ordinamento democratico. Si è visto con le polemiche sui prezzi: una campagna populista ha screditato la rappresentatività degli indici Istat, pur costruiti secondo regole europee, per proporre altri indici, approssimativamente costruiti, dai quali risulterebbe una inflazione molto maggiore di quella accertata. Il risultato è quello, deleterio, di diffondere la convinzione che il potere d’acquisto sia stato oggetto di una redistribuzione molto maggiore di quella che emerge dai dati Istat, e di generare la conseguente opinione che le rivendicazioni salariali debbano ora recuperare una inflazione che in realtà non esiste e che verrebbe prodotta proprio dall’accoglimento che simili rivendicazioni dovessero avere. Parimenti infondate sono le tesi di una sottovalutazione statistica del Pil che emergerebbe da una crescita nel 2002 dello 0,4%, molto inferiore ai consumi di energia elettrica, cresciuti dell’1,5%. Tesi che non tengono conto non solo del fatto che non esiste correlazione tra il Pil ed i consumi di elettricità (si pensi alla diffusione dei condizionatori d’aria e delle pompe di calore per dire di uno dei tanti fattori che spingono i consumi di elettricità indipendentemente dal Pil), ma anche della irrilevanza dei metodi di rilevazione del Pil dal momento che conta non tanto il suo valore assoluto ad un determinato momento, ma le variazioni che presenta tra due momenti diversi nei quali il calcolo deve rispettare ovviamente gli stessi criteri e le stesse procedure. Se si tirano le somme, delle molte critiche mosse all’Istat ed al risultato del suo lavoro non è rimasto nulla se non la sensazione che la gente può averne ricavato che la qualità e l’affidabilità delle statistiche italiane sia mediocre. A parte la mancanza di argomentazioni oggettive in questo senso, la qualità e l’affidabilità dei dati dell’Istat sono controllate e certificate dagli organismi internazionali, dal Fmi, all’Ocse, all’Eurostat, alla cui direzione generale è candidato un italiano ora a capo dei servizi statistici dell’Ocse, ma proveniente proprio dall’Istat. E allora si può sempre sostenere che le nostre statistiche ufficiali siano scadenti, certo, ma l’esperienza insegna che quasi sempre si tratta di critiche che finiscono per rivelarsi strumentali ed interessate e che non inficiano il servizio che devono rendere alla nostra conoscenza ed alla nostra democrazia.