Sentenza Corte Costituzionale n.1441/99, part-time verticale e disoccupazione

Circolare Inca
Prot. N. 49

Roma, li 10 marzo 1999

OGGETTO: Indennità di disoccupazione e part-time verticale (ciclico). Sentenza Corte di Cassazione n° 1141 del 10 febbraio 1999

Sulla problematica citata in oggetto si è più volte scritto con alterne soluzioni in ordine alla possibilità di far coesistere le due situazioni; per quanto di nostra competenza l’ultima trattazione è avvenuta in occasione della pubblicazione del numero monografico del "Notiziario INCA" dedicato, appunto, al lavoro a part-time.
Un recente pronunciamento della Corte di Cassazione (vedi sentenza allegata), nato da un ricorso promosso dall’INCA , si è inserito prepotentemente in questo dibattito affermando il diritto del lavoratore occupato in un rapporto di lavoro a part-time di tipo verticale (ciclico) a percepire l’indennità di disoccupazione in relazione ai periodi durante i quali non viene prestata attività lavorativa.
Si tratta sicuramente di una sentenza destinata a far discutere.
Il primo principio affermato dalla Cassazione è inerente alla non necessità, ai fini del diritto alla indennità di disoccupazione, che vi sia l’estinzione del rapporto di lavoro, tant’è vero che l’indennità è prevista anche in caso di "sospensione" del rapporto di lavoro.
All’interno di tale ragionamento la Corte assimila a sospensione un "intervallo di tempo al cui inizio un’imprenditore si sia impegnato ad assumere il lavoratore al termine dell’intervallo stesso"; tale equiparazione induce la Corte ad affermare che "non sembra, cioè rilevante, al fine di escludere lo stato di disoccupazione, l’esistenza di un vincolo contrattuale che assicuri in un momento futuro il lavoro e la retribuzione".
Questo pronunciamento, se non per la parte in cui viene applicato anche ai rapporti di lavoro a part-time, non rappresenta una novità sul versante della giurisprudenza, tant’è vero che anche la Corte Costituzionale è più volte intervenuta sia sul versante dei riflessi sulla indennità di maternità, sia su quello del diritto alla indennità di disoccupazione per i periodi di "sosta normale delle lavorazioni" o di "stagione morta".
Nell’ultima sentenza citata, infatti, la Corte ricorda che "per l’articolo 38 della Costituzione è lo stato di "disoccupazione involontaria" il requisito che rende la disoccupazione indennizzabile. Il termine può apparire vago e impreciso, ma esso non può, proprio per la peculiare natura costituzionale delle assicurazioni sociali, essere circoscritto nell’ambito troppo ristretto di un rischio imprevisto e imprevedibile, per cui ogni qualvolta si sia in presenza di una disoccupazione sia pure involontaria, ma normalmente prevista e temporaneamente inquadrata nel tempo in ragione del particolare aspetto di un dato tipo di attività lavorativa, questa sarebbe sottratta a tutela, a meno che, per sopravvenute circostanze, essa disoccupazione non sia destinata a protrarsi oltre il termine normativamente fissato".
In un altro passaggio della stessa sentenza si legge ancora: "La funzione dell’assicurazione sociale è di garantire ai lavoratori adeguati mezzi di sussistenza in caso di disoccupazione involontaria, nel cui concetto non può non rientrare il caso in cui la disoccupazione sia, in relazione al tipo di lavoro svolto, predeterminata e, quindi sussista, per tale fatto, una impossibilità oggettiva per il lavoratore di poter esplicare, per un certo periodo di tempo, quella attività che gli è normale e dalla quale trae i mezzi di sussistenza.
In sostanza, il termine "involontario" non può, nel caso, ricollegarsi ad un comportamento proprio del lavoratore, per aver scelto quel tipo di lavoro piuttosto che un altro.
Occorre distinguere, per chiarire la logica e razionale portata del termine, tra scelta del lavoro e comportamento del lavoratore allo scattare del periodo di sosta o di stagione morta.
La disoccupazione conseguente al periodo di sosta o di stagione morta non può considerarsi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di avere volontariamente scelto e accettato quel tipo di attività il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato di lavoro, ma può diventarlo solo successivamente se e in quanto il lavoratore stesso non si faccia parte diligente per essere avviato, nel periodo di sospensione, ad altra occupazione
Il lavoratore, rimasto privo di lavoro durante tale periodo, può senz’altro acquisire il diritto all’indennità di disoccupazione allorché, a norma della disciplina dell’avviamento al lavoro di cui al titolo secondo, capo primo, della L. 29 aprile 1949 n. 264, chieda la iscrizione nelle liste di collocamento per altre occupazioni.
Nell’ipotesi in cui non riesca ad ottenere altre occupazioni per ragioni obiettive di disoccupazione nel settore richiesto, avrà senz’altro diritto, durante il periodo di sosta, alla indennità di disoccupazione, fermi i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva e gli altri requisiti di carattere generale dai quali il diritto prende vita.
Solo così intesa, – conclude la Corte Costituzionale - la norma impugnata appare pienamente legittima".
Rispetto a quel contesto normativo nulla è cambiato, anzi il legislatore ha teso ad estendere la protezione dei lavoratori contro la disoccupazione introducendo anche quella prestazione cosiddetta "a requisiti ridotti" proprio per far fronte alla situazione di chi, a causa delle ulteriormente ridotte opportunità lavorative, non avrebbe potuto raggiungere i requisiti ordinari.
Condizione essenziale resta comunque quella dello stato di disoccupazione e degli adempimenti necessari al suo accertamento attraverso l’iscrizione nelle liste del collocamento.
L’estensione di tali principi al part-time appare quindi semplice, se non altro per il fatto che la stessa normativa che introdusse tale forma di rapporto di lavoro prevede la possibilità, per tali lavoratori, di rimanere iscritti nelle liste del collocamento ordinario anche se, nel frattempo, sono avviati al lavoro con contratto a part-time.
La ricorrente ha chiesto l’indennità di disoccupazione per i periodi di interruzione dell’attività lavorativa da maggio ad ottobre di ogni anno, all’interno di un rapporto di lavoro a part-time verticale (ciclico) stipulato, con effetto dal 1° gennaio 1992, in seguito alla trasformazione di un precedente rapporto di lavoro a full-time in essere con la stessa azienda.
A fronte di tale situazione la Corte di Cassazione si è posta un’ulteriore interrogativo, e cioè "se possa considerasi involontaria la disoccupazione risultante, come nella specie, dalla trasformazione consensuale di un rapporto a tempo pieno in rapporto a part-time cosiddetto verticale".
La Corte ha sciolto agevolmente il dubbio dando risposta positiva per il semplice fatto che "la trasformazione consensuale del rapporto a tempo pieno in rapporto part-time verticale può, infatti, corrispondere, come le dimissioni, ad un interesse esclusivo del dipendente, ad una propria scelta di astenersi per un dato periodo dall’attività lavorativa ma una scelta siffatta non sarebbe compatibile con l’iscrizione nelle liste di collocamento (nella specie asserita dall’assicurata e non contestata dall’INPS)".
Una questione sorge in ordine alle diverse tipologie di rapporti di lavoro a part-time; come più volte ricordato, tre sono le possibili forme di part-time:

part-time orizzontale che implica un’attività svolta tutti i giorni ad orario ridotto rispetto a quello normale;

part-time verticale con attività svolta in alcuni giorni della settimana per un numero complessivo di ore inferiore a quello normale;

part-time verticale su base annua (o ciclico) con attività lavorativa svolta per alcune settimane o alcuni mesi inframmezzati da altre settimane o mesi di inattività.

In merito alle tipologie sopra elencate va segnalata una recente presa di posizione del Ministero del lavoro (nota n° 7/61588/D.L.vo 564/96 del 14 luglio1997) il quale, seppure in riferimento alle novità introdotte dal decreto legislativo n° 564/96, ha precisato che le dizioni "orizzontale, verticale e ciclico" vanno interpretate come semplici concetti materiali o criteri di organizzazione del lavoro, in sostanza modalità di svolgimento della prestazione lavorativa che la legge n° 863/84 deferisce alla contrattazione collettiva.
Ai fini previdenziali, invece, sempre secondo il Ministero del lavoro, il semplice fatto che il rapporto di lavoro sia a part-time lo qualifica come tale e lo rende destinatario delle varie disposizioni in materia.
Se tale premessa è vera, siamo nuovamente di fronte ad una grande confusione normativa che da un lato può riconoscere a certe figure determinate prestazioni e dall’altro nega ad altre le stesse prestazioni ( o quantomeno non crea le condizioni affinché ne insorga il diritto).
Infatti, a parità di impegno psico-fisico (stessa quantità di lavoro su base annua) ed a parità di retribuzione e contribuzione, potranno corrispondere prestazioni diverse, o potrà essere negata la prestazione stessa, unicamente in funzione della modalità di svolgimento della attività lavorativa nei termini concordati nel contratto.
Alcuni esempi per comprendere tale affermazione in tre contesti caratterizzati sempre da una prestazione pari al 50% rispetto a quella "normale".
Caso A
Contratto a part-time verticale su base annua (ciclico) con 6 mesi di attività e 6 mesi di "sospensione" – retribuzione annua 12.000.000:

secondo quanto stabilito dalla sentenza, con la tempestiva comunicazione della sospensione e con la tempestiva iscrizione alle liste di collocamento (se non si era già iscritti), il lavoratore avrebbe diritto alla disoccupazione per l’intero periodo di sospensione dedotto il periodo di carenza.

Caso B
Contratto a part-time verticale su base mensile (con 2 settimane di attività e 2 settimane di "sospensione" alternate nell’anno – retribuzione annua 12.000.000:

sempre secondo la Cassazione e sempre con la tempestiva comunicazione e iscrizione da farsi per 26 volte nel corso dell’anno, il lavoratore avrebbe diritto ad ogni sospensione alla indennità di disoccupazione per i 14 giorni di sospensione da cui detrarre ogni volta il periodo di carenza; in sostanza percepirebbe la metà rispetto al lavoratore A.

Caso C
Contratto a part-time verticale su base settimanale (3 giorni al lavoro ed i restanti di sospensione) o a part-time orizzontale (4 ore di lavoro per ciascuna giornata) – retribuzione annua 12.000.000:

in entrambi i casi non esiste alcun diritto poiché in un caso la carenza azzera ogni volta le giornate indennizzabili e nell’altro caso non esistono giorni di disoccupazione.

La gestione delle tre casistiche nell’ambito della indennità di disoccupazione a requisiti ridotti in luogo di quella ordinaria non modificherebbe i risultati illustrati poiché l’INPS individua le giornate indennizzabili con criteri sostanzialmente identici.
Come è possibile rilevare, quindi, il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione ed il relativo accredito della contribuzione figurativa sembrerebbero privilegiare coloro che effettuano il part time ciclico rispetto a coloro che effettuano il part time orizzontale; d’altra parte però non si può non evidenziare che il sistema di accredito della contribuzione obbligatoria previsto dall’articolo 7 della legge n° 638/83 penalizza fortemente proprio i lavoratori che effettuano il part time ciclico (sei mesi di lavoro, sei mesi di sosta).
Tali lavoratori, infatti, senza il riconoscimento della disoccupazione e della relativa contribuzione figurativa non riuscirebbero mai a raggiungere i requisiti contributivi per il diritto all’assegno di invalidità o alla pensione di inabilità o dovrebbero lavorare comunque il doppio degli anni rispetto ad un part time orizzontale per acquisire il diritto a qualsiasi prestazione pensionistica.
Indicazioni operative
Pur tenendo presente che si tratta di un primo pronunciamento non ancora in grado di "fare giurisprudenza", è evidente che il nostro comportamento futuro ne dovrà uscire modificato sia per quanto riguarda la gestione del contenzioso, sia per quanto riguarda la produzione delle future domande.
In merito alle future domande, già a partire dalla campagna in corso per la presentazione delle domande di disoccupazione a requisiti ridotti è necessario prendere atto di tale pronunciamento ed inoltrare in ogni caso le richieste entro il 31 marzo 1999; analogo discorso vale per le domande a requisiti ordinari che potranno essere presentate successivamente in occasione di ciascun periodo di sospensione.
E’ scontato, visto il pronunciamento, che dovrà esserci sia la comunicazione di sospensione da parte del datore di lavoro, sia l’iscrizione al collocamento da parte dei lavoratori.
In merito al contenzioso, tenuto conto della esiguità dei termini di decadenza in ordine alle prestazione temporanee, è comunque necessario impugnare i provvedimenti di reiezione delle eventuali domande a suo tempo inoltrate e iniziare il procedimento giudiziario nel caso non siano ancora decorsi i predetti termini.
A tale fine si ricorda che il termine decadenziale è di un anno dalla data di reiezione del ricorso amministrativo, ovvero di 1 anno e 90 giorni dalla data di proposizione del ricorso amministrativo nel caso si configuri il silenzio rifiuto, ovvero di 1 anno e 300 giorni dalla data della domanda.
Cordiali saluti.
p. il Collegio di Presidenza
Rita Cavaterra