«Segregato da venti giorni. Ma non so ancora perché»

12/03/2003

          mercoledì 12 marzo 2003

          Said, marocchino di 33 anni, è recluso nel centro di via Corelli a Milano: «Qui succedono cose incredibili».
          La protesta dei datori di lavoro
          «Segregato da venti giorni. Ma non so ancora perché»

          Luigina Venturelli
          MILANO Said, marocchino di 33 anni,
          è rinchiuso nel centro di via Corelli
          da 20 giorni. È uno degli immigrati
          in attesa di regolarizzazione a
          cui la burocrazia prefettizia ha fatto
          la bella sorpresa: «Niente permesso
          di soggiorno, dal terminale compare
          un bollino rosso sul suo nome».
          Inutile qualsiasi tentativo di scoprire
          il significato di un simile marchio
          d’infamia.
          Ora aspetta nel centro di detenzione
          temporanea di conoscere il
          suo destino: non sa perchè si trova
          lì, non sa quanto ci rimarrà, non sa
          dove lo porteranno se mai lo lasceranno
          uscire. «Per passare le giornate
          leggo i giornali e un libro di Herman
          Hesse che ho trovato nella biblioteca
          del centro. Ma non serve a
          distrarmi, non faccio altro che pensare
          al perchè mi sta succedendo
          tutto questo e sperare che la storia
          finisca con quel permesso di soggiorno
          per il quale avevano detto di
          convocarmi». Un’attesa logorante e
          sempre uguale nelle tre settimane
          ormai trascorse dal suo arrivo, una
          monotonia rotta soltanto da qualche
          incursione della polizia: «Al minimo
          disordine gli agenti entrano e
          si mettono a picchiare con dei bastoni.
          Sono cose da terzo mondo, eppure
          succedono anche qua, in questo
          posto nascosto dove gli agenti
          sentono di poter agire indisturbati».
          Per il resto della giornata Said fa
          quattro chiacchiere con gli altri
          ospiti di via Corelli, in gran parte
          portati qui direttamente da qualche
          carcere. La sua storia, invece, è diversa:
          ha una laurea in informatica
          e marketing, lavora in Italia da cinque
          anni come cameriere in attesa
          che un permesso di soggiorno gli
          consenta di cercare un posto in linea
          con i suoi studi. «È uno dei
          migliori dipendenti che ho mai avuto»
          racconta Cosimo Vezzoni, il
          proprietario dello Shambala,
          l’esclusivo ristorante etnico in cui Said
          ha lavorato fino a pochi giorni fa.
          «È un cameriere bravo, una persona
          tranquilla, e parla quattro lingue.
          Per ora non so quello che potrà
          succedere, ma non ho alcuna intenzione
          di cercargli un sostituto».
          In effetti, la ricerca di personale
          extracomunitario selezionatissimo
          e molto apprezzato dai datori di lavoro
          sembra essere il carattere principale
          delle decine di espulsioni
          istantanee e immotivate di questi
          giorni. Sugli stessi toni, infatti, anche
          un altro imprenditore che si è
          visto sottrarre il proprio dipendente:
          Antonio, proprietario di una piccola
          impresa edile di Rho. «Il ragazzo,
          albanese di 21 anni, è un muratore
          diligente e volenteroso». Il nome,
          però, è meglio non rivelarlo: se
          lo fermasse la polizia, potrebbe anche
          arrestarlo, in quanto, essendo al
          completo il centro di permanenza
          temporanea, gli è stato semplicemente
          intimato di lasciare il paese
          in cinque giorni. Il ragazzo, invece,
          è restato a casa ad attendere l’esito
          del ricorso. «Quando l’ho assunto,
          più di sei mesi fa continua il suo
          datore di lavoro lo conoscevo già
          da tempo, alcuni suoi parenti già
          erano miei dipendenti. Sapevo che
          era uno bravo. Quando in prefettura
          mi hanno fatto allontanare per
          poi trascinare il giovane in questura,
          quasi non ci volevo credere. Ho
          subito chiamato un avvocato».
          Così ora tutte le speranze di queste
          e di altre persone coinvolte in
          casi simili sono riposte nella legge.
          O, meglio, nella serie di strumenti
          che il nostro ordinamento si è dato
          per correggere le storture di certi
          provvedimenti legislativi. Una ventina
          di giovani avvocati milanesi, riunitisi
          spontaneamente in una sorte
          di rete volontaria di sostegno, sta
          cercando da giorni le vie legali più
          indicate per risolvere questa assurda
          situazione. Tra le altre, un’azione
          per discriminazione razziale e
          l’eccezione di incostituzionalità della
          circolare D’Ascenzio su cui questi
          provvedimenti si basano.
          «Intorno a questo caso di giustizia
          racconta l’avvocato Paolo Oddi
          si sta facendo viva tutta l’avvocatura
          democratica milanese. Mi ha
          appena chiamato una collega di 70
          anni, indignata per quello che sta
          succedendo, per offrirmi anche la
          sua collaborazione. E non è stata la
          sola».
          Paolo è stato il primo legale a
          sollevare il caso: si trovava in questura
          per una pratica e casualmente
          è venuto a conoscenza della storia
          di Olga, la badante ucraina prelevata
          e rimpatriata, ovviamente non si
          sa perchè, nel giro di 48 ore. Da
          quel momento sono bastate poche
          telefonate: qualche amico che lavora
          alla Caritas o ai sindacati, e la rete
          era costituita. «Vogliamo semplicemente
          porre fine a questa palese violazione
          dello stato di diritto». In gran parte si
          tratta di giovani avvocati che lavorano
          come volontari.
          «Io mi occupo di diritto del lavoro ricorda
          Silvia Gariboldi, di 33 anni
          e collaboro con l’ufficio legale della
          Cgil. La stragrande maggioranza
          delle cause che ci capita di seguire
          riguarda lavoratori extracomunitari».
          Un problema generale, dunque.
          Una questione di giustizia, quella
          con la G maiuscola.