“Sede Fiat in Italia solo a certe condizioni”

16/02/2011

ROMA – La Fiat «non ha nessuna intenzione di lasciare l´Italia». Ma per fare in modo che la testa del gruppo rimanga da questa parte dell´Atlantico si devono «realizzare alcune condizioni». Sergio Marchionne illustra la sua strategia alle Commissioni Trasporti e Attività produttive della Camera. Indossa la cravatta, come vuole il regolamento di Montecitorio. Racconta la storia di un´azienda salvata nel 2004 e nuovamente in affanno per la congiuntura internazionale. Un´azienda che ha trovato un partner per superare la crisi mondiale perché, «a dispetto di quanto ho spesso sentito dire, non è solo vero che Fiat ha salvato Chrysler, è anche vero il contrario».
A quali condizioni la testa di Fiat, il suo quartier generale, potrà rimanere in Italia? «La scelta sulla sede legale – risponde Marchionne – non è ancora stata presa e sarà condizionata da due elementi di fondo. Il primo è il grado di accesso ai mercati finanziari, indispensabile per gestire un business che richiede grandi investimenti e ingenti capitali. Il secondo ha a che fare con un ambiente favorevole allo sviluppo del settore manifatturiero e quindi anche con il progetto "Fabbrica Italia". Se si realizzeranno le condizioni che sono alla base del nostro piano, allora il nostro Paese sarà nella posizione di mantenere la sede legale».
Parole incoraggianti dopo la frase che tre settimane fa aveva alimentato i timori sul fatto che la testa della società di fusione tra Chrysler e Fiat potesse anche finire negli Stati Uniti. In realtà, pare di capire dal discorso di Marchionne alla Camera, il piano dell´ad, se rispettato, consentirebbe di lasciare la direzione strategica del gruppo in Italia. Ma i due «elementi di fondo» sono tutt´altro che semplici da soddisfare: se anche scoppiasse improvvisamente la pace con i sindacati creando «l´ambiente favorevole» di cui parla l´ad del Lingotto, sarà sempre molto difficile sostenere che l´accesso ai capitali è più agevole in Europa rispetto agli Usa.
Marchionne ha difeso la sua linea in materia sindacale: «Non abbiamo certo proposto ai nostri dipendenti di lavorare come i cinesi o i giapponesi» e nonostante questo «finora abbiamo raggiunto a fatica due accordi in un clima di diffidenza e ostilità subendo critiche ingiuste e spesso offensive. E´ assurdo e demenziale che qualcuno sia giunto persino a denigrare i nostri prodotti e ad avanzare dubbi sulla strategia Fiat». E questo nonostante il fatto che «l´incremento dell´utilizzo degli impianti fino all´80 per cento rispetto all´attuale 40» farebbe «aumentare i salari portandoli a livello della Germania e della Francia». Marchionne cita la trattativa della Sevel di val di Sangro, interrotta all´ultimo momento quando «tutti i sindacati, compresa la Fiom, erano pronti alla firma. Un fatto incomprensibile». In realtà a quel tavolo, quando l´intesa sembrava fatta, la Fiat ha introdotto all´ultimo momento la richiesta di limitare il diritto di sciopero irritando tutte le organizzazioni sindacali. Lo scontro rischia di replicarsi alla ex Bertone di Torino dove da ieri è iniziata la trattativa per produrre un modello della Maserati.
L´ad promette che «entro fine 2011» sarà pronta per la vendita la nuova Panda e ripropone ai deputati il piano prodotti: 34 nuovi modelli in 5 anni, 1,4 milioni di auto realizzate in Italia nel 2014. Al termine dell´esposizione il deputato Savino Pezzotta, ex segretario della Cisl, pone una questione di fondo: «Non pensa, dottor Marchionne, che per realizzare un sistema basato sulla partecipazione dei lavoratori, sia necessario favorire un clima di unità nelle fabbriche?». Per ora la risposta non c´è.