Se voti «sì», ti autolicenzi

11/01/2011

Lo scontro verbale è durissimo perché ci si gioca una partita senza tempi supplementari: se passa il «modello Mirafiori» nessun lavoratore italiano potrà più sentirsi tutelato da Costituzione, legge, contratto e (se vuole) sindacato. Sarà nudo e in balia delle scelte inappellabili del suo datore di lavoro. Il moltiplicarsi di interviste e dichiarazioni – in vista del «referendum» alle carrozzerie – dà il polso della tensione. La Fiom Cgil, ieri mattina, ha precisato ancor meglio i dettagli di merito dell’«accordo» sottoscritto da Fim, Uilm, Fismic e Ugl (oltre naturalmente all’ «associazione dei quadri») nel corso di un’affollatissima conferenza stampa nella storica sede dell’Flm (quando i sindacati dei metalmeccanici sembravano a un passo dall’unificazione). Ecco il quadro che è venuto fuori dalle risposte della segreteria nazionale (Maurizio Landini, Giorgio Airaudo, Sergio Bellavita). Senza cessione di ramo d’azienda È il punto «innominato», pensato per scardinare l’intero diritto societario esistente, che contiene anche contratto nazionale e «parti sociali» (sindacati e Confindustria). Il testo parla di una joint venture tra Fiat e Chrysler, una società nuova – dunque – per cui non prevede però «trasferimento di ramo d’azienda». Tranne la proprietà (al 50%), tutto il resto rimane uguale (stabilimento, prodotto merceologico, personale); è una classica cessione in piena regola. Perché negarlo e chiedere un «referendum » per farlo accettare? Probabile che si voglia predisporre la barriera alla marea di ricorsi giudiziari che i singoli lavoratori potrebbero avanzare per vedersi riconosciuta la «clausola sociale» (art.2112), ossia il mantenimento dei livelli di inquadramento, salariali e contrattuali goduti nella «vecchia» società. Insomma: con il «sì» i dipendenti «si auto licenziano », rinunciando a tutti i diritti acquisiti e abbracciando il nuovo inquadramento per favorire il mitico «investimento da un miliardo». Investimento? Nessun impegno È la parola più pronunciata in questi giorni, ma nell’«accordo» non c’è. Se ne trova traccia solo in un foglio sperso tra gli «allegati »: un banale comunicato stampa, di nessun valore contrattuale o giuridico, però firmato da Sergio Marchionne. Tutto qui. Turni, straordinari, recuperi I tre turni giornalieri è problema affrontato e risolto senza problemi in molti altri impianti, anche della Fiat. Qui l’«innovazione » riguarda solo il numero di ore straordinarie (120, senza alcuna contrattazione, ma estensibili a 200) e il fatto che i recuperi di produzione andata persa per motivi esterni (mancate forniture comprese) saranno decisi dalla sola azienda. Pagamento malattia La Fiat abolisce motu proprio il pagamento dei primi due giorni di malattia, obbligatori per legge. Misura presentata come «anti-assenteismo». Diritto di sciopero Rispetto al testo per Pomigliano la formulazione è diventata più sfumata, ma in senso peggiorativo. Dono infatti considerati «sanzionabili» tutti quei comportamenti che mettono in forse l’attuazione di tutte le clausole di questo «accordo» o che ne «inficiano lo spirito». I sindacati che dovessero appoggiare questi «comportamenti » o anche solo non «prevenirli» verranno a loro volta sanzionati (meno permessi, distacchi, ecc). Rappresentanza sindacale È il punto più politico di tutta l’operazione: organizzazioni che non hanno firmato non avranno agibilità sindacale (delegati, permessi, assemblee, riscossione delle quote tramite l’azienda, possibilità di presentare liste per l’elezione dei delegati, ecc). Di fatto, i dipendenti non potranno più scegliersi il sindacato che preferiscono – votando o iscrivendosi – in barba allo sbandieratissimo «principio di libera concorrenza ». Al contrario, verranno «rappresentati » in azienda da un gruppo di «nominati » in parti eguali dalle sigle firmatarie (compresi i capi), senza alcun riguardo per i voti o gli iscritti raccolti. Possono bastare questi elementi per giustificare il giudizio di Landini: «questo non è un brutto accordo, ma piuttosto un cambio epocale nelle relazioni sindacali». Dovesse passare, si riaprirebbe l’era in cui nessun lavoratore può aprire bocca sulle proprie condizioni di lavoro e sono invece le imprese a scegliere con chi fare «accordi ». Senza contratti nazionali di lavoro, che «non servono solo ai lavoratori, ma anche alle imprese». Come? «Stabilendo regole generali valide per tutti, si Impedisce la concorrenza sleale su salari e norme »: Un esempio viene proprio dagli Stati uniti, dove il sindacato quasi non c’è e tantomeno è stato mai fatto un contratto nazionale. «Lì, quando sono arrivati giapponesi e coreani, liberi di fare ognuno il suo contratto, sono andati in crisi i produttori storici di automobiliUsa». La mossa di Marchionne, insomma, «rende inutile anche Confindustria». Ma il messaggio principale è per gli operai delle carrozzerie di Mirafiori: «non diamo indicazioni di voto, perché non è giusto caricare tutte le responsabilità su chi si trova sotto ricatto; ma garantiamo che la Fiom non firmerà questo accordo in nessun caso. Non li lasceremo soli». Con le «iniziative sindacali», naturalmente; ma anche «sul piano giuridico ». Finché esistono una Costituzione e una legge, infatti, non possono davvero esser fatte arretrare davanti ai cancelli di uno stabilimento. Specie se rappresenta la storia industriale – e quindi operaia – di questo disgraziato paese.