Se scompare il weekend – di L.Gallino

19/12/2002

 19 dicembre 2002
 
Pagina 1 e 17 – Commenti
 
 
Se scompare il weekend

          LUCIANO GALLINO


          UNA recente direttiva della Commissione europea sottrae alla domenica la qualifica di normale giorno di riposo della settimana. Qualifica assegnatale formalmente dal codice civile soltanto sessant´anni fa, ma socialmente riconosciuta in Europa da secoli. La direttiva in parola permette di sostituirla, previo accordo tra sindacati e datori di lavoro, con qualsiasi altro giorno. Che cosa pensano di tale novità produttori e consumatori?
          Ciascuno di noi può trovare in sé la risposta, visto che ogni individuo è sia un produttore che un consumatore. Nel primo ruolo, uno può pensare che far festa il lunedì, o il giovedì, in luogo della domenica, non sarebbe poi un gran male. Purché sussistano certe condizioni. La prima è che in tema di retribuzione non ci siano delle perdite tangibili.

          I lavoratori dipendenti che lavorano alla domenica percepiscono di solito una maggiorazione salariale assai consistente. Oggi sono circa due milioni, occupati nei più diversi settori dell´industria e dei servizi. Ove si affermasse un orario che mette sullo stesso piano tutti i giorni della settimana, essi diventerebbero, in ciascun giorno dichiarato festivo in un dato settore produttivo, molti di più. E´ probabile che a tutti loro non piacerebbe sentirsi dire che essendo venuto meno il carattere festivo della domenica, a chi lavora in quel giorno non spetta nessuno straordinario; ma nemmeno gli spetta se è chiamato a lavorare in un altro giorno, perché nessun giorno possiede più il carattere privilegiato che aveva la domenica.
          Fin qui si tratterebbe solamente di continuare a pagare gli straordinari a chi lavora in un giorno festivo, quale che sia. È possibile che gli imprenditori non oppongano a ciò troppa resistenza. Ma c´è un´altra condizione alla quale il produttore che è in noi farebbe fatica a rinunciare: il fine settimana di due giorni. È un´istituzione nata alla fine degli Anni ’50, quando fu introdotto quasi dovunque il sabato festivo. Il weekend di due giorni ha cambiato in mille modi la vita degli italiani. Ora se il giorno di riposo diventa, per dire, il giovedì, è possibile che il mercoledì diventi il suo sabato? Oppure qualcuno pensa – nel governo, nella Commissione Ue, nelle associazioni padronali, nei loro centri di ricerca – che al fine di modernizzare gli orari di lavoro sarebbe bene che i due giorni festivi fossero staccati l´uno dall´altro; o, meglio ancora, che fossero ridotti a uno solo? Se questi fossero mai i propositi delle suddette parti, esse avranno qualche difficoltà a spiegare ai lavoratori che si tratta d´un passo avanti sulla via della modernizzazione, piuttosto che di uno indietro.
          Se poi ci caliamo nel nostro ruolo di consumatori, sulle prime l´abolizione della domenica come giorno festivo ci pare presentare esclusivamente vantaggi. Che piacere trovare aperto la domenica il gastronomo, il negozio di abbigliamento, o la libreria in centro. Quale tranquillità ci darebbe sapere che anche in quel giorno il medico risponde alla nostra chiamata, l´agenzia di viaggio ci prenota un aereo alle tre del pomeriggio, mentre il portinaio tiene d´occhio il condominio come nei sei giorni precedenti.

          L´immagine di questo scenario festoso, dischiuso dall´abolizione di un giorno dianzi festivo, rischia però di venir turbata da un altro pensiero: purché non tocchi a me. Se qualcuno vuole tenere aperto anche la domenica, o in altro giorno neo-festivo, il negozio, l´ambulatorio, l´agenzia, o la portineria, apprezzeremo la sua disponibilità. Ma se per farlo deve chiedere a noi commessi, dottoresse, portieri, impiegati o tecnici di lavorare anche alla domenica, o in un altro giorno testé dichiarato festivo, il nostro apprezzamento è destinato a calare di molto. C´è insomma un conflitto, tra il nostro ruolo di produttori e quello di consumatori, che la normativa ipotizzata sugli orari di lavoro troverà difficile conciliare.
          Senza tener conto che una società, con buona pace della signora Thatcher, non è fatta soltanto di individui che producono e consumano. È fatta di legami tra le persone, di molteplici forme di socialità. Senza tali legami sociali una società non si regge, o si regge piuttosto male. Tra i più importanti di tali legami vi sono i rituali, insiemi di norme che regolano lo scorrere profondo della vita d´una società. Come ha scritto Richard Sennett, "il rituale è il cemento più forte della società, la chimica stessa alla base dei processi di inclusione".
          Caratteristico dei rituali è di essere gratuiti, irrazionali, privi di giustificazione se non simbolica. Non si può inscriverli in un bilancio o in un contratto. Però senza di essi nessun bilancio o contratto ha la possibilità di durare. La domenica festiva è appunto un rituale. Chiedere alla Commissione europea di tenerne conto quando emana le sue direttive è forse chiedere troppo. Non tenerne conto quando si trattasse di applicarle a milioni di persone significherebbe perseverare nell´errore di credere che, una volta regolati i rapporti tra produttori e consumatori in un´ottica puramente economica, anche l´insieme della società, della vita sociale e culturale, ne trarrebbero soltanto dei vantaggi.