Se non serve allungare l´età della pensione – di A.Recanatesi

14/01/2003





(Del 13/1/2003 Sezione: Economia Pag. 19)
DA SEMPRE VECCHI E BAMBINI A CARICO DEI GIOVANI
Se non serve allungare l´età della pensione
Alfredo Recanatesi

        OGNI volta che il dibattito sulle pensioni riprende quota si riaffacciano perplessità che lo stesso dibattito si ostina a non chiarire, dando per scontati assunti che tanto scontati, invece, non sono. Nella nostra civiltà agli anziani è riconosciuto il diritto di poter fare affidamento sulla disponibilità di mezzi sufficienti ad assicurare loro condizioni di vita dignitose. Muovendo da qui, è facile comprendere che questi mezzi materiali – l’uso di una residenza, i prodotti alimentari, l’energia elettrica, le cure, il vestiario ecc. – debbano essere prodotti, e che possono esserlo solo dalla popolazione attiva. È questa, dunque, che ha a carico la quota di popolazione non attiva, quella che non lo è ancora, come bambini e ragazzi, e quella che non lo è più, come appunto i pensionati. Le forme finanziarie attraverso le quali gli attivi sostengono i non attivi possono essere diverse, ma la sostanza non cambia; del resto è dalle origini dell’umanità che vecchi e bambini sono a carico dei giovani, i quali se ne danno carico perché anche loro una volta vecchi avranno bisogno di cure e assistenza come ne hanno avuta da bambini. Questo per dire che il cosiddetto «conflitto generazionale», evocato spesso come ragione persino etica di una riforma previdenziale, non si capisce in cosa realmente possa consistere, risultando un fenomeno di naturale mutualità intergenerazionale anziché di chissà quale egoistica disinvoltura finanziaria. E allora, che questo fenomeno naturale si esplichi attraverso il sistema a ripartizione (chi lavora paga contributi che servono a corrispondere le pensioni alla popolazione in quiescenza) oppure quello a capitalizzazione (durante la vita di lavoro ciascuno accumula attività finanziarie delle quali beneficerà in forma di vitalizio una volta terminata la vita attiva) non fa grande differenza perché il prodotto di chi lavora verrà comunque decurtato di una quota destinata ai pensionati. E che ciò avvenga nella forma di contributi da prelevare sulla sua retribuzione, oppure, a monte, in una ripartizione del reddito della produzione che favorisca il fattore capitale piuttosto che il fattore lavoro non sembra rivestire una decisiva rilevanza. Questo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, che si perpetua generazione dopo generazione, varia in funzione delle mutevoli circostanze demografiche nelle quali avviene. Va da sé che il carico sulla popolazione attiva sarà più pesante se la popolazione di anziani aumenta in rapporto a quella dei giovani. Essendo questa la realtà del nostro tempo, è un argomento forte a sostegno della riforma l’esigenza di elevare l’età pensionabile, come consentirebbe anche la progressiva estensione dell’arco di vita che può essere percorso in valide condizioni fisiche e mentali. Ma questo argomento è forte nella misura in cui il prolungamento della vita attiva si risolvesse in un aumento della produzione di ricchezza, altrimenti si esaurirebbe in una redistribuzione del lavoro o, peggio, nella contesa da parte degli anziani di un ruolo attivo e produttivo a danno dei giovani. In altri termini, un innalzamento dell’età pensionabile è utile e auspicabile, ma alla condizione che il sistema produttivo sia in condizione di avvalersene per produrre una maggiore quantità di ricchezza. Siccome, invece, non dimostra alcuna capacità di sapersene avvalere, dal momento che già ora non assorbe integralmente l’offerta di lavoro, e che, se comunque la assorbe, riesce a farlo solo a condizioni di minore produttività, non sembra azzardato concludere che l’innalzamento dell’età pensionabile, al pari dell’aumento dell’occupazione di questi ultimi anni, non determinerebbe un aumento della ricchezza disponibile, ma solo la distribuzione in una forma diversa, e neanche troppo dissimile, della ricchezza reale attuale. E allora, se per impiegare produttivamente gli anziani occorre ridurre e depotenziare il lavoro disponibile per i giovani, è meglio, molto meglio, che gli anziani facciano i pensionati e lasciare che i giovani possano svolgere un ruolo pieno e più gratificante nel sistema produttivo, seppure con il carico imposto dal mantenimento degli anziani. In definitiva, questi ultimi vivono e vivranno o con i contributi (o le imposte) prelevati dalla remunerazione lorda di chi lavora; oppure con il reddito da capitale sottratto al prodotto del lavoro della popolazione attiva, che dunque per il lavoro prestato riceverà una remunerazione più bassa; o infine (almeno in parte) con lavoro sottratto ai giovani, insieme alla relativa retribuzione. Cambia la forma, ma la sostanza pare sempre quella. Forse è per questo motivo che l’esigenza di una riforma non è poi così sentita; e forse è per questo che chi lavora sopporta di buon grado il prelievo di pur sostanziosi contributi previdenziali, considerati al pari di una remunerazione differita, perché sapere che quando sarà vecchio potrà contare su una pensione migliora fin d’ora la sua qualità della vita.