«Se mi licenziano scelgo un posto migliore»

30/01/2003

          30 gennaio 2003
          Articolo 18
          Verso il referendum

          «Se mi licenziano scelgo un posto migliore»
          Nel Nord Est della flessibilità e delle piena occupazione è difficile discutere di diritti
          DALL’INVIATO Michele Sartori

          TREVISO Orietta, tagliatrice provetta, disapprova. Che idea, portare l’articolo 18 anche nelle aziende artigiane, come la sua: «Secondo me, è controproducente». Perché? «Beh, non è detto che sia una brutta cosa, però
          rischia di introdurre troppi diriti». Cioè? «Guardi un po’: noi lavoriamo per Benetton, e lo sa quanti laboratori contoterzisti stanno chiudendo.
          Il padrone si dà da fare in modo pazzesco per trovare altre commesse,
          e le ragazze cosa fanno?». Che fanno? «Un assenteismo pazzesco.
          Se ne fregano, non capiscono. Ce n’è che stanno a casa per malattia e
          neanche portano il certificato. Intanto noi dobbiamo lavorare e lavorare
          bene, e consegnare, perché Benetton fa presto a lasciarti a piedi».
          Precisazione necessaria: Orietta non è una comproprietaria. È anche
          lei dipendente, come le altre ragazze, di un laboratorio di stiro e confezione: una trentina di addetti in tutto, divisi pro forma in due capannoni e due aziendine per restare dentro la conveniente elasticità dell’artigianato.
          E insomma, Orietta è operaia, ma questo referendum non lo capisce. Ne avete almeno parlato, in azienda? «Mai. Il titolare è contro tutte le beghe sindacali. Avevamo anche provato, una volta, a organizzare riunioni con un sindacalista.
          Ma il padrone si lamentava, interveniva anche lui alle assemblee, erano solo arrabbiature, abbiamo smesso per quieto vivere». E che diceva, in assemblea, il padrone? «Che noi operai abbiamo solo diritti, diritti, diritti, e doveri mai.
          Aveva anche ragione, d’altra parte, sa? C’è un tale menefreghismo in giro. . .».
          Nel trevigiano ci sono 25mila imprese artigiane, e 34mila dipendenti.
          Il conto sulle dimensioni è presto fatto. Tirano tutte da matti, ma c’è un settore che arretra: il tessile. Paradossalmente, proprio dove va peggio sembra esserci perplessità, da parte degli operai, nei confronti di un allargamento di tutele
          nei loro confronti. Luigina, confezionista di un’altra aziendina astutamente
          sdoppiata – 22 dipendenti in due laboratori – la pensa esattamente come Orietta: «Non mi pare una grande idea estendere l’articolo 18 al nostro settore». Perché? «Me l’avesse chiesto tre anni fa, quando le cose andavano bene, sarei stata d’accordo: ma sì, proteggiamo tutti, anche se ci teniamo qualche scansafatiche non importa. Però adesso che siamo in crisi, io penso che sia meglio essere liberi di licenziare».
          Cioè, via gli scansafatiche? «Via loro, i furbi, senza dargli troppe tutele;
          e tenere le persone più valide. Sennò, rischia di capitare il contrario».
          Ne avete così tanti, di scansafatiche? «Ci sono, ci sono. Persone poco serie nel lavoro. Noi facciamo campionari, devono essere lavorazioni assolutamente perfette. Non possiamo rischiare che tornino indietro. C’è qualcuno che non lo capisce. Tante volte, a sera, sono più arrabbiata io che il padrone».
          Senta, Luigina, ma in fabbrica ne avete parlato? «Poco. Non c’è attenzione.
          I vecchi tirano solo alla pensione, i giovani vivono alla giornata, l’importante
          è il telefonino, il giro in macchina, la discoteca e la busta paga il 15».
          Provincia doubleface, la ricca Treviso.
          La Cgil, nella sua campagna per i diritti, ha raccolto 50mila firme: una enormità. Però quando ha provato a intrufolarsi nel regno dell’«elasticità» – un paio di mense interaziendali di collina frequentate dal popolo del capannoncino – ne è uscita scornata: su 800 presenti, 40 firme e 760 imbarazzati rifiuti, «non ho i documenti», «ho fretta». . .Dipendenti di artigiani su 24mila
          iscritti alla Cgil: 1.500. Cause seguite per opporsi a ingiusti licenziamenti, pochine, complice l’economia che tira: una trentina all’anno, tutte vinte o composte con il pagamento di due-tre mensilità. Se ci fossero gli stessi diritti dell’industria, l’operaio vittorioso potrebbe ottenere il reintegro, oppure 15
          mensilità. Sceglierebbe comunque i soldi. Nessun dipendente artigiano ha mai voluto tornare al suo posto, anche potendolo: troppo diretti i rapporti col padrone, quando si logorano il capannone diventa invivibile, e non c’è il cuscinetto protettivo della comunità operaia.
          In questi ambienti, neanche l’informazione è granchè. Marino, uno dei quattro camionisti di un autotrasportatore: «Cosa penso dell’articolo 18? Niente, non mi interessa la politica. Tanto, fanno comunque quello che vogliono». Clara, tappezziera: «Non saprei cosa dire. Non sono tanto informata. Ho sentito
          dei colleghi che ne parlavano». Cosa dicevano? «Qualcuno va contro.
          Non sono molto favorevoli». Raffaella, grafica: «Un referendum? Toh, c’è ancora qualcuno che pensa a noi? Non lo sapevo proprio, mi trova impreparata».
          Lucio, falegname: «L’articolo 18? Perché, noi dell’artigianato non ce l’abbiamo?». Eh, proprio no. . . «Sa, io non ho problemi, il padrone è mio
          fratello. Non mi interessa. E poi non abbiamo mai licenziato nessuno: il nostro
          problema è trovarla, la gente».
          Omar, giovane metalmeccanico: «Un referendum per darci l’articolo 18? Davvero?». Nessuno lo sa, nella sua azienda: «Non parliamo di certe cose». E adesso che lo sa? «Sarebbe bello. Le industrie hanno già fin troppo potere». Renzo, autoriparatore: il primo informato del referendum: «Sono d’accordo. È giusto essere più tutelati, abbiamo contratti che fanno ridere». Per esempio?
          «Quando sei malato, i primi tre giorni li pagano solo se la malattia supera la settimana». Quindi con un’influenza. . . «L’operaio di fabbrica sta a casa rimborsato, io sto a casa senza salario. Per gli infortuni, passano mesi prima di vedere i soldi. La cassa integrazione non ce l’abbiamo. Uno schifo. L’unica cosa che va bene è che puoi fare un po’ di lavoretti in nero».
          L’officina di Renzo è anche il primo caso in cui un paio di licenziamenti
          ci siano stati. Per modo di dire: «Due colleghi non andavano d’accordo col padrone e si sono autolicenziati.
          Tanto, dalle nostre parti non c’è problema a trovare un altro posto». È la stessa cosa che dice Maurizio, carpentiere: «Sono favorevole ad estendere l’articolo 18 all’artigianato, per avere più sicurezza. Però è una questione teorica: io, per conto mio, mi sento sicuro anche senza, il lavoro non manca».
          Roberto, microimpresa di pompe idrauliche, si sente altrettanto sicuro: «Lavoravo in un’industria, è fallita; ho trovato posto in una ditta artigiana, ma non andavo d’accordo col padrone e mi sono licenziato. Adesso sono qua e sto bene. Quando uno è in gamba, va dove vuole». E l’articolo 18? «Sono d’accordo a estenderlo». Perché? «Me convièn!». Non si sa mai…

(1. continua)