Se manca un progetto dietro le riforme del lavoro – di Alfredo Recanatesi

22/07/2002







(Del 22/7/2002 Sezione: Economia Pag. 23)
I DUBBI DELLA CHIESA SUL «LIBRO BIANCO» DI BIAGI
Se manca un progetto dietro le riforme del lavoro
Alfredo Recanatesi

GLI ampi stralci del confronto che il prof. Biagi ebbe nel gennaio scorso con gli esponenti della Consulta nazionale della Cei per il lavoro pongono in una chiave nuova la questione della riforma dell’art. 18 e più in generale quella della filosofia con la quale il Libro Bianco, poi fatto proprio dal Governo e posto alla base dell’accordo firmato con Cisl ed Uil, aveva affrontato i problemi del mercato del lavoro. Il documento pubblicato sabato da la Stampa, infatti, esplicita come anche la Chiesa fosse estremamente critica verso quel Libro Bianco, come giudicasse un regresso le soluzioni che vi erano sostenute e, soprattutto, come ritenesse improprio il metodo di affrontare i problemi del mercato del lavoro affidandoli alla pur riconosciuta professionalità di tecnici senza una preventiva definizione del progetto politico che si intendeva perseguire.


Il professore e i vescovi

Certo, nel confronto tra Biagi ed i vescovi di politica non si parla. E tuttavia, la sostanza delle contestazioni mosse al professore di Bologna è politica: etica sociale nella chiave della Chiesa, ma politica in una versione laica di quella chiave e delle argomentazioni critiche che ha suggerito. Il nodo attorno al quale si svolge il confronto, infatti, è il primato del lavoratore sul lavoro, quindi la condizione di vita delle persone, le finalità del governo dell’economia, la distribuzione «economica» del reddito. Su questi aspetti sembra che Biagi ed i vescovi parlino due lingue diverse. Il professore spiega di aver inteso il proprio ruolo come quello di perequare le tutele attraverso riforme compatibili con le esigenze della struttura produttiva quale oggi è e che viene considerata data. E si stupisce delle critiche che gli vengono contestate dal momento che le riforme da lui suggerite rispondono allo scopo o, almeno, nessuno le ha mai contestate sotto l’aspetto tecnico. I vescovi, per contro, si pongono il problema delle condizioni di vita che si stabiliscono per i lavoratori in un sistema che faccia assegnamento sulla flessibilità e sulla riduzione delle tutele; dunque un sistema dominato dall’incertezza nel quale «occorre sempre ripartire e ricominciare da capo». È evidente la preoccupazione pastorale per l’inquietudine sociale che l’applicazione di questi indirizzi sta determinando, con la conseguenza che è sempre più difficile poter programmare la propria vita e realizzare la formazione e lo sviluppo di una famiglia. Ma questa è, deve essere, anche una preoccupazione politica; almeno per chiedersi se i costi delle riforme non siano maggiori dei benefici che determinano per le condizioni di vita dei lavoratori. Dalle parole di alcuni dei vescovi filtra una concezione del profitto che la Chiesa nel suo complesso ha superato con il riconoscimento dell’esigenza che il sistema produttivo sia efficiente, e che le imprese siano in grado di produrre risorse in una quantità maggiore di quella impiegata nel processo produttivo. Ma questo non cambia il senso delle critiche espresse perché – proprio in quanto la condizione umana non deve essere subordinata al profitto – sottende la questione dell’innovazione, della qualità, di tutto quanto può consentire la produzione di un valore aggiunto più elevato e tale da poter sostenere una crescita del benessere diffuso anziché ripiegare su una migliore distribuzione di quello che già c’è. In termini economici più espliciti, c’è una alternativa che si pone. O aggiustare il mercato del lavoro al sistema produttivo quale oggi è ed al reddito che è capace di produrre, nel qual caso sono validi i suggerimenti di Biagi volti a ridurre il livello di tutela affinché possa essere spalmato su una più vasta platea di lavoratori. Oppure indurre un maggiore impegno del sistema produttivo per innalzare il valore aggiunto della propria attività in modo che le tutele delle quali beneficiano i lavoratori protetti (o iperprotetti, dice Biagi) possano essere estese ai lavoratori che ne sono esclusi. Nella visione dei vescovi questa è una questione etico-pastorale, ma in una visione laica e secolare è una fondamentale questione politica.

Il nodo delle tutele

In base a questo secondo punto di vista, l’accordo raggiunto, malgrado l’esiguità delle sue prescrizioni operative, è caratterizzato dal fatto che affronta il problema considerando date le condizioni del sistema produttivo e, quindi, aggiustando su queste il livello di tutele che può consentire. A questo metodo può essere contrapposto un approccio che, al contrario, potrebbe considerare dato il livello di tutele, come obiettivo da perseguire la sua estensione ad un maggior numero di lavoratori, e, come fonte delle risorse necessarie, riforme che inducano il sistema produttivo a darsi gli assetti, le strutture finanziarie, gli obiettivi strategici che possano consentire la generazione di un valore aggiunto più consistente. Come si può evincere anche dalle considerazioni di molti dei vescovi, è paradossale che innovativa ed avanzata venga considerata l´impostazione politica implicita nell’accordo raggiunto, e conservatrice la impostazione contraria.