«Se lo sciopero riuscirà le cose cambieranno»

15/04/2002






«Se lo sciopero riuscirà le cose cambieranno»

Cofferati, Pezzotta e Angeletti bocciano Berlusconi e D’Amato. Rutelli: pronti al referendum

      ROMA – Per Sergio Cofferati «nell’atteggiamento di Berlusconi e di D’Amato non c’è nulla di nuovo». Secondo Savino Pezzotta «non è una scelta di riformismo modificare in maniera unilaterale l’articolo 18» (regole sui licenziamenti). E Luigi Angeletti respinge l’accusa di fare uno sciopero politico: «Vogliamo solo bloccare una presunta riforma sciocca, inutile e che la maggioranza degli italiani non vuole». Non sono piaciuti ai segretari di Cgil, Cisl e Uil i discorsi fatti a Parma, al convegno della Confindustria, dal presidente del Consiglio e dal leader degli imprenditori. Non è piaciuto, in particolare, il richiamo insistito di Berlusconi a Margaret Thatcher e a Ronald Reagan, che negli anni Ottanta hanno governato il Regno Unito e gli Stati Uniti ridimensionando il potere del sindacato. Un richiamo che contiene un messaggio chiaro sull’articolo 18 (il governo non farà marcia indietro), ma anche sulle intenzioni di lungo periodo di Berlusconi. «Non ci sembra che la Thatcher o Reagan siano esempi validi ed esportabili di riformismo», ha detto Pezzotta. Ecco perché il sindacato, alla vigilia dello sciopero generale di otto ore di martedì (l’ultimo di tale portata c’è stato 20 anni fa), serra le file per ottenere la massima riuscita dell’iniziativa e indurre il governo ad ammorbidire le sue posizioni. Cofferati lo dice esplicitamente: «Se lo sciopero generale avrà successo, possono cambiare tante cose, al di là di quello che hanno detto oggi Berlusconi e D’Amato». La speranza della Cgil, ma anche della Cisl e della Uil e degli altri sindacati che hanno proclamato il fermo (Ugl e Cisal) è che da mercoledì si rafforzino nel governo e nella Confindustria le posizioni di coloro che sono contrari allo scontro sull’articolo 18.
      Ma se il governo resterà fermo nelle sue posizioni e il Parlamento andrà avanti nell’esame e nell’approvazione del disegno di legge delega sul mercato del lavoro che contiene la sospensione, in alcuni casi, del diritto al reintegro per chi è licenziato senza giusta causa, il sindacato si troverà davanti a un bivio: partecipare o no alla trattativa sullo Stato sociale che ieri Berlusconi ha confermato di voler riaprire? Cgil, Cisl e Uil accetteranno di trattare mentre governo e maggioranza vanno avanti sull’articolo 18? La Cgil sicuramente no. Per Cisl e Uil la scelta sarà più difficile. Pezzotta e Angeletti dovranno decidere se fare dello stralcio delle modifiche dell’articolo 18 una condizione per il negoziato sugli altri argomenti oppure se tenere distinti i percorsi. Da un lato continuando a battersi contro l’intervento sui licenziamenti, se necessario fino al referendum abrogativo (già ipotizzato dalla Uil), e dall’altro accettare la trattativa sugli ammortizzatori, lo statuto dei lavori e forse le pensioni.
      Stando alle dichiarazioni di ieri, Pezzotta sembra escludere il negoziato senza lo stralcio. Dice infatti il segretario della Cisl: «Se si toglie dalla delega la modifica dell’articolo 18, è possibile riprendere la trattativa per una riforma equa del mercato del lavoro». Ma è normale che con lo sciopero alle porte tutto il sindacato sia su posizioni intransigenti. È anche vero, però, che la stessa Cisl, in tutta questa vicenda, non ha mai fatto dello stralcio (che pure ha sempre rivendicato) una condizione per trattare sul resto. E anche la Uil, mentre ha sempre rifiutato ogni confronto sull’articolo 18, si era detta interessata a discutere degli altri argomenti. Il governo, ovviamente, spera che da mercoledì si possa riprendere il dialogo sociale, almeno con Cisl e Uil (anzi i «falchi» sperano che la Cgil resti isolata).
      L’opposizione, intanto, già pensa al referendum: «Ce ne faremo promotori per abolire questa legge voluta dal governo di centrodestra», annuncia il leader dell’Ulivo, Francesco Rutelli. Che propone anche «una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare per uno Statuto dei nuovi lavori che dia più garanzie a quei milioni di persone impegnate nel lavoro flessibile».
Enrico Marro