Se la concorrenza non anima il commercio

28/06/2004

      di lunedì 28 giugno 2004

      DISTRIBUZIONE L’Italia dalle mille regole: dalle Regioni alle Asl. Pugliese (Conad): «Ma in questo modo si creano diseconomie»

      Se la concorrenza non anima il commercio

      Giovanni Cobolli Gigli (Faid): dopo la denuncia dell’Antitrust intervenga l’esecutivo a tutela dei consumatori

      I problemi iniziano con il pesce congelato. «Vede – dice Francesco Pugliese, direttore generale Conad -, se io voglio vendere del nasello congelato sfuso e lo espongo in vasche aperte, in modo che il mio cliente possa valutarlo e sceglierlo liberamente, ebbene posso farlo a Roma, ma non posso farlo a Bologna. E questo perché non solo il commercio deve sottostare a leggi regionali, ma è sottoposto anche a diverse interpretazioni della norma che variano da Asl ad Asl. Per cui non solo a Roma e Bologna devo presentare diversamente il medesimo prodotto, ma anche tra centri più vicini e talvolta limitrofi devo sottostare a normative diverse». Una situazione che si ripete per tutto l’alimentare fresco, dal pane alla verdura, dalla frutta ai formaggi. È l’Italia delle mille regole: un rompicapo per chi si occupa di moderna distribuzione.
      «Per noi – continua Pugliese – diventa problematico definire i formati dei punti vendita. Si allungano i tempi di preparazione, aumentano le difficoltà. Poi, alla fine, c’è anche un problema di diseconomie nella standardizzazione del processo. Senza contare che prima, al momento dell’apertura del punto vendita, abbiamo dovuto affrontare norme diverse – qui sì solo da regione a regione – per quanto riguarda la disponibilità delle aree edificabili e delle cubature necessarie agli insediamenti».
      Un problema ben chiaro a Giuseppe Tesauro, il presidente dell’Authority per la Concorrenza e il mercato (Antitrust), che la scorsa settimana, nella relazione annuale presentata alla Camera, ha sottolineato come «in molte regioni le autorizzazioni per la localizzazione delle grandi superfici continuano a essere basate non su valutazioni esclusivamente urbanistiche, ma su controverse e ipotetiche simulazioni della domanda e dell’offerta, quando non vengono espressamente in considerazione rigide e predeterminate "quote di mercato". Sono elementi che indeboliscono od ostacolano gli stimoli competitivi».
      Una situazione su cui grava anche la recente sentenza della Corte costituzionale (n° 176, depositata il 22 giugno 2004), sulla disputa tra governo e Regione Marche, che ha visto riconosciuta la subordinazione del rilascio delle autorizzazioni all’approvazione dei piani provinciali di coordinamento. «Il problema – sottolinea Giovanni Cobolli Gigli, presidente della Faid, la Federazione delle aziende della distribuzione moderna, ma anche presidente e amministratore delegato per il settore non alimentare del gruppo Rinascente – è che Tesauro non è ascoltato. Le stesse cose le aveva dette in Parlamento un anno fa e non è cambiato nulla. La verità è che l’arretratezza del sistema distributivo italiano è un problema che ormai si può risolvere solo a livello politico. Le aziende della distribuzione moderna stanno svolgendo il loro ruolo, hanno dimostrato di saper stare sul mercato, ma le inefficienze che tutti rilevano non sono a noi imputabili. Il ministero dell’Industria e del commercio conserva il coordinamento per la tutela della concorrenza, ma la conferenza Stato-Regioni è vuota di significato: nessuno coordina nessuno e alla fine noi – ma anche il consumatore – paghiamo il conto».
      Per Cobolli Gigli la mappa della distribuzione in Italia è «un patchwork a macchia di leopardo». Una situazione che rende difficilissimo operare. «Ci troviamo – dice il presidente della Faid – a confrontarci con resistenze che tendono più a difendere il corporativismo che a fare gli interessi del consumatore. Inoltre, la situazione vede tutte le tariffe aumentate in maniera spaventosa e un sistema imperfetto di concorrenza per una serie di vincoli. Nessuno vuole toccare i principi del federalismo e neppure richiamare interventi dirigisti. In Francia, dove ci sono stati, i prezzi sono aumentati. Invece, si può fare diversamente. Il governo deve intervenire, ma per aumentare la concorrenza e favorire lo sviluppo, come spiega anche Roberto Ravazzoni nel suo libro Il rilancio dei consumi in Italia ».
      Invece oggi, per aprire un centro commerciale, servono in Italia dai 6 agli 8 anni e con una percentuale di successo di appena il 60 per cento.

      Stefano Righi