Se la concertazione «centralizzata» mortifica i salari

24/01/2001

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Mercoledì 24 Gennaio 2001
italia – politica
—pageno—8

Se la concertazione «centralizzata» mortifica i salari

—firma—di Renato Brunetta*

C’è una questione salariale in Italia? Certo che c’è, perché i salari bassi fanno male alle imprese (diminuisce la produttività), fanno male ai lavoratori (svilisce il loro reddito), fanno male alla competitività del Paese. Ma i salari sono bassi perché le buste paga sono massacrate da un prelievo fiscale e contributivo che scoraggia e vanifica ogni miglioramento retributivo. In nessun altro Paese al mondo, il cuneo fiscale e contributivo è tanto punitivo.

Di chi è la colpa di questo stato di cose tanto aberrante quanto paradossale? Sia detto senza acrimonia, di quella parte del sindacato che, scoperta tardivamente la concertazione e la politica dei redditi, ne ha fatto uno strumento di scambio politico con i Governi di sinistra, da Prodi in poi. Stiamo parlando, ovviamente, della Cgil.

Ma la moderazione salariale, prodotto tossico della concertazione degli anni Novanta, perseguita in bassa inflazione, non solo non serve a niente, ma contribuisce a distorcere il nostro mercato del lavoro, inducendo diffusi comportamenti opportunistici: al Nord con i fuori busta e gli straordinari in nero, al Sud con il sommerso. Come sempre, in Italia, le sinistre post-comuniste (sia politiche che sociali) arrivano sui problemi con almeno dieci anni di ritardo: tanto furiosamente contrarie al blocco della scala mobile e alla politica dei redditi ai tempi del decreto di S. Valentino (1984), al punto da proporre persino un referendum, poi malamente perso; quanto acritiche e strumentali fautrici della concertazione negli anni Novanta, quando non serviva più all’economia, ma era solo utile a loro per fini di potere.

A copertura ideologica di tanta follia distributiva, allora come oggi, veniva portata la necessità di perseguire il risanamento finanziario per poter agguantare l’Euro con i primi.

Tuttavia la concertazione centralizzata, di marca Cgil, con l’euro non c’entra proprio nulla, anzi, poiché i parametri di Maastricht sono stati raggiunti unicamente aumentando le tasse e pagando di meno il servizio del debito (grazie al crollo internazionale dei tassi). Per contro l’abbraccio mortale della Cgil di Cofferati al Governo, tramite la concertazione, ha impedito ogni possibilità di riforma: da quella delle pensioni, a quella del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali. È così che la spesa pubblica corrente non diminuisce, e il cuneo fiscale e para-fiscale non può essere intaccato.

Bel gioco a somma negativa: ci rimettono i lavoratori, le imprese sono costrette a sostituire il lavoro con il capitale, e nel frattempo ci riempiamo di immigrazione (più o meno) clandestina, la sola ad accettare bassi salari. Insomma, in nome di un perverso scambio politico tra sindacato e Governo si è soffocata la contrattazione, si sono bloccati i salari di chi era più produttivo, magari consentendo generose deroghe a settori "amici" (come è avvenuto per il pubblico impiego), e non si sono fatte le riforme.

A questo punto che fare? Semplice: buttiamo a mare la concertazione centralizzata e la relativa moderazione salariale che appiattisce e deprime la produttività, leghiamo, invece, le retribuzioni ai guadagni di produttività, spostando il baricentro della contrattazione dal centro alla periferia del sistema (nelle aziende, nei territori). Ma se il baricentro della contrattazione si sposta dal centro alla periferia, anche le politiche e gli istituti della coesione sociale non potranno che seguire la stessa strada. Il fenomeno riguarderà innanzitutto il Welfare previdenziale, soprattutto nella dimensione integrativa delle mutue territoriali-settoriali. Allo stesso modo lo spostamento verso la periferia dovrà interessare l’intero sistema degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro e della formazione.

*Europarlamentare di Forza Italia