Se la Cgil si trasforma nella Casa della sinistra

13/07/2001

Logo Repubblica.it
Pagina 1
Se la Cgil si trasforma
nella Casa della sinistra

LA POLEMICA

di MARIO PIRANI


LO sciopero separato della Fiom, che, se ha riempito le piazze dove si tenevano comizi e cortei, non ha certamente vuotato le fabbriche, dove la maggioranza dei metalmeccanici ha preferito lavorare, non può essere archiviato come un evento isolato, privo di conseguenze. Esso segna uno strappo grave, non tanto tra una organizzazione di categoria e la controparte imprenditoriale, ma all’interno del mondo del lavoro e della stessa sinistra politica (qualcuno ha persino dimenticato che buona parte dei dirigenti Uil e i carnitiani della Cisl fanno parte dei Ds).
Le motivazioni che hanno animato lo sciopero sono, del resto, più politiche che sindacali.

Il che non toglie validità all’empito dei partecipanti né al riemergere nostalgico di antiche pulsioni, testimoniate dalla riedizione di quei manifesti con seguito di firme d’intellettuali, richiamo ad organici e perduti impegni. Così dicasi per il voluto confluire delle tute blu e di quelle bianche alle reciproche manifestazioni, con replica dei tempi trascorsi, quando, in luogo dei caleidoscopici slogan antimondialisti, si inseguivano i voli della colomba di Picasso.
Questo, peraltro, è quel che si muove sul proscenio; dietro le quinte le mosse son più strumentali e callide, ed è tutto un collocarsi, in vista di congressi e di vendette fratricide, laddove s’intraveda una rendita di posizione, pagante nel prossimo avvenire. In questo contesto lo sciopero separato e il no alla firma unitaria del contratto metalmeccanico forniscono la risposta attesa a quella parte del popolo diessino, rifondaiolo, cattoestremista e quant’altro che si riconosceva nell’irridente e rabbioso slogan morettiano: «D’Alema di’ qualcosa di sinistra!» Una sinistra naturalmente aliena dalle miserie del compromesso riformista, dalle faticose assunzioni di responsabilità generali, destinate a confliggere con la difesa dei rigidi perimetri di appartenenza. Una sinistra reticente, in definitiva, di fronte agli obblighi del governare che implicano capacità di mediare con quel centro senza il quale non vi è maggioranza, ma, soprattutto, di assumere con consapevolezza non solo gli interessi e i valori del proprio tradizionale bacino elettorale ma anche di tutte quelle nuove aggregazioni sociali che la modernizzazione del Paese ha finito per sedimentare sulle e oltre le vecchie strutture classiste. Sordità e resistenze, proprio su questo aspetto decisivo per la conquista del consenso, hanno, del resto, concorso al disastro elettorale Ds. Basta pensare al popolo delle partite Iva – alcuni milioni – o ai soggetti dei lavori a termine, di cui si è sempre cercato di limitare l’iniziativa e la flessibilità con l’obiettivo di regolamentarne in chiave sindacale e «protettiva» le attività, mentre, il più delle volte, la richiesta percettibile era quella di una maggiore libertà individuale (di cambiare, di intraprendere, di farsi o meno una pensione, di scegliere autonomamente) senza briglie amministrative, burocratiche, sindacali. Per questo la sinistra, alla ricerca di nuove gabbie post fordiste entro cui collocare i lavori atipici, è apparsa portatrice di vincoli sindacali o veterostatalisti, mentre Berlusconi usufruiva in pieno delle promesse incondizionate di libertà diffusa.

La rottura sul contratto dei metalmeccanici è più agevolmente leggibile su questo sfondo: essa appare, quindi, una tipica fuga a sinistra, imboccata per offuscare la sconfitta e destinata a ripercorrere le illusioni e gli errori di ogni cedimento all’estremismo. Un estremismo da non confondersi, però, con il tradizionale operaismo, anche se i sostenitori dello sciopero cercano di giustificarne la decisione come un atto di indispensabile difesa del salario minacciato (ma come si spera di farlo credere di fronte a un aumento di 130.000 in busta paga, rispetto a una richiesta contrattuale di 135.000 lire ?).
Assai più convincente e interessante sarebbe un discorso più generale sulla politica operaia della sinistra, che qui affrontiamo solo per inciso. Essa ha presentato due gravissime deficienze, paradossalmente corrispondenti a quella cecità nei confronti delle nuove categorie emergenti di cui abbiamo appena parlato. La prima è stata di credere che la classe operaia fosse praticamente scomparsa, cancellata dal terziario più o meno avanzato, dall’elettronica in camice bianco e, infine, dalla new economy. Eppure, perso l’alone ideologico che ne accompagnava la funzione generale salvifica, la classe operaia restava con le sue esigenze, la sua tradizione e la sua cultura di riferimento che faceva, pur sempre, capo alla sinistra. Restavano soprattutto i numeri: un milione e mezzo di metalmeccanici e, complessivamente, con le altre categorie, circa cinque milioni di lavoratori manuali, specializzati e no. I grandi partiti socialdemocratici europei, anche i più avanzati nella evoluzione riformistica, dalla Spd tedesca ai laburisti di Blair, non a caso non hanno mai tagliato con quella che era ed è la loro base originaria di rappresentanza. I Ds, inquinati da un sociologismo d’accatto, da un «nuovismo» quasi imbarazzato dall’eredità storica, persino da uno stile personale quanto mai lontano dalla modestia tradizionale, hanno semplicemente immaginato che gli operai fossero ormai una specie in via di estinzione. Il secondo errore discende in parte dal primo e lo ha compiuto il sindacato che per decenni ha incentrato tutta la sua azione sulla concertazione, su una nobile difesa dei diritti, sulla puntigliosa salvaguardia di un potere contrattuale e normativo sostanzialmente rigido (quante polemiche con D’Alema, ad esempio, quando propose di sospendere lo Statuto dei lavoratori per le piccole fabbriche che assumessero al di sopra di 15 unità). Ma accanto a tutto ciò vi è stato il tenace rifiuto di una lotta che si ponesse un obbiettivo straordinario: un regime di alti salari per il lavoro manuale, ottenibile facendo saltare il compromesso fiscale che carica sul costo del lavoro i maggiori pesi previdenziali e assistenziali, invece di distribuirli su tutta la comunità nazionale. Solo imboccando radicalmente questa scelta la condizione, non solo salariale ma anche sociale, degli operai italiani avrebbe potuto raggiungere quella in essere nei paesi industriali più avanzati. Non c’è quindi da stupirsi se, trascurata sul terreno politico e sindacale, la classe operaia si sia sentita abbandonata e se, di conseguenza, sulle tante Stalingrado d’Italia, da Sesto San Giovanni alle borgate romane, non sventolino più né le vecchie bandiere rosse né quelle più accattivanti dell’Ulivo.
Lo sciopero dei metalmeccanici e la rottura contrattuale non nascono, però, da un ripensamento serio e coerente di questo fenomeno. Le premesse dell’operazione appaiono essenzialmente politiche e, del resto, sono confermate da analoghi comportamenti sia in importanti vertenze aziendali – come l’accordo per 800 assunzioni alla Fiat di Cassino, rifiutato dalla Fiom – sia nazionali, come il regolamento europeo sui contratti a termine, che la Cgil, con un rigurgito di vincolismo, ha da ultimo respinto, dopo averlo in una prima fase accolto. Il consolidarsi di un isolazionista fronte del No, senza precedenti nella storia della maggiore Confederazione che, da Di Vittorio, da Santi, da Foa, da Novella. fino a Lama e Trentin, ha sempre puntato sull’unità sindacale, anche nei momenti di maggior tensione, si spiega presumibilmente con una prospettiva, per ora solo adombrata, tendente a fare della Cgil una specie di Casa della Sinistra, contrapposta alla Casa delle Libertà. La scomparsa di ogni dialettica autonoma e, addirittura, di ogni segno di esistenza da parte di quella che un tempo fu la componente socialista nel sindacato, aggrava questa deriva. Di qui la scelta di privilegiare il posizionamento politico rispetto alla ricerca di rapporti unitari; di qui i gesti di orgoglioso isolamento e gli scioperi separati, simbolici quanto perdenti come le cariche della cavalleria polacca; di qui la torsione tutta politica imposta al sindacato che lo può rendere per tanti versi simile alla Cgt, l’organizzazione sindacale comunista francese, un monumento commemorativo quanto quasi ininfluente della «lotta di classe» del buon tempo che fu.
La dinamica di questo scenario resterebbe, peraltro, enigmatica se non la si leggesse alla luce dei due prossimi congressi della Cgil e dei Ds. Essi si svolgeranno sotto l’influsso di una sconfitta destinata ad approfondire le lacerazioni interne. L’antica sirena del sinistrismo torna ad incantare e a chiamare a raccolta. Accorrono anime belle, ambiziosi delusi, massimalisti in servizio permanente e vecchi tromboni, vogliosi di rivincita.
Sul’altra sponda si attestano le residue legioni riformiste, non rasegnate a condannare la sinistra all’opposizione per qualche altro decennio. Lo scontro fra i Ds avrà questo segno. Nella Cgil la fronda sprezzante contro i patti sociali e la concertazione, che caratterizzò la polemica rifondaiola nei riguardi di Cofferati, sembra superata dalla copertura offerta dal segretario generale allo sciopero di una Fiom, guidata da un Claudio Sabattini che nel 1980 trascinò in una rivinosa lotta di 35 giorni i lavoratori della Fiat, conclusa con la marcia dei 40.000 e con un accordo in extremis tra Romiti e Lama.

Come un Giano bifronte, Sergio Cofferati proietta oggi la sua immagine su ambedue i congressi e mai posizione fu più trasversale, per la possibilità di utilizzare a piacimento le ragioni del sindacalista e quelle del politico, nell’un confronto e nell’altro. Sarebbe, però, esiziale se il «cinese» accettasse di trasformarsi nel nume ispiratore del nuovo estremismo parolaio. Egli resta, infatti, una delle poche personalità di spicco su cui la sinistra possa contare. Il suo impegno riformista in un recente passato è stato comprovato dai patti sociali che hanno garantito la faticosa marcia dell’Italia verso l’euro. In un’epoca in cui l’immagine conta molto Cofferati ha, inoltre, il vantaggio di un volto aperto, serio e accattivante. Non sembri secondario ma suona anche a suo favore il fatto che nonparla in politichese e che ha, persino, tenuto una rubrica di musica alla radio. Mi duole criticarlo e spero che smentirà con i fatti i timori che le sue ultime posizioni hanno suscitato.