Se il sindacato entra nel mercato (L.Campetti)

04/10/2007
    giovedì 4 ottobre 2007

      Pagina 2 – Editoriale

      l’editoriale

      Se il sindacato entra nel mercato

      Loris Campetti

        Ma che bella idea ha avuto il Corriere della sera: invece di aumentare i salari dei lavoratori dipendenti, che a giudizio ormai universale sono indegni di un paese civile, insufficienti a campare dignitosamente, si potrebbero ridurre le tasse. Come? Defiscalizzando gli straordinari, intanto, per rendere così più facile e conveniente per gli imprenditori il loro utilizzo e aumentare nel contempo il valore della busta paga. Del resto, è noto a tutti che, causa gli attuali stipendi da fame, gli straordinari sono diventati un lusso, ambiti da tutti. Si rovescia l’antica parola d’ordine «lavorare meno, lavorare tutti». Pazienza per chi resta fuori, pazienza per chi è condannato a crepare di fatica dentro la fabbrica ma è contento, perché prima di crepare guadagnerà un po’ di più.

        Un’altra misura che andrebbe nella direzione giusta – raccogliamo sempre i suggerimenti dell’editoriale firmato da Dario Di Vico, ex dirigente sindacale alla V lega di Mirafiori e oggi vicedirettore del quotidiano milanese – è la detassazione del salario aziendale (secondo livello contrattuale) legato alla produttività, meglio ancora al rendimento aziendale, insomma ai profitti. I profitti, da cui dipenderebbero i salari operai, sono una variabile a loro volta dipendente dal mercato globale, l’esito della competizione al coltello con aziende e paesi in cui salari e diritti del lavoro tendono a zero. Conditio sine qua non per una tale modifica della struttura salariale è la sterilizzazione del contratto nazionale, la cui funzione si ridurrebbe al recupero dell’inflazione, per trasferire l’unica contrattazione possibile sul livello aziendale.

        Insomma, ridurre le tasse e declassare i lavoratori a generici «cittadini», consumatori, utenti. Peccato che la bella idea del Corriere non sia nuova. Basta leggere il programma del Partito democratico per trovare molte consonanze con i suggerimenti di Dario Di Vico. Ma questo l’editorialista del Corriere lo sa bene, essendo un bravo conoscitore di cose politiche e sindacali. E infatti il suo interlocutore è la Cgil nella persona del suo segretario generale, con cui si congratula («La guerra giusta del sindacato», occhiello «Epifani e il peso del fisco sul lavoro») quando sostiene che «lottare contro la pressione fiscale non è di destra né di sinistra ma è un’esigenza primaria – scrive Di Vico – per pensare di rappresentare il lavoro dipendente dei tempi moderni». Che poi sono quelli della globalizzazione e della competizione totale. «Invece di attardarsi a chiedere l’abolizione della legge Biagi – continua Di Vico – e contestare questo o quel comma del protocollo sul welfare, un sindacato che non si rassegni al proprio inevitabile destino deve far sua la battaglia per un fisco più equo».

        Persino nel protocollo del 23 luglio ci sono fortissimi segnali che vanno nella stessa direzione auspicata, a partire dalla defiscalizzazione degli straordinari per proseguire con la scelta statuale di valorizzare la contrattazione aziendale per cancellare quella collettiva, cioè quella solidale non basata sul mercato globale.

        Insomma, il Corriere tira per la giacca Epifani e la Cgil che pure si dicono contrari al «sindacato di mercato». Resta una contraddizione, un aspetto centrale da chiarire: se si è contro questo modello, come si fa a sostenere il protocollo del 23 luglio?

        Un’alternativa a questo modello ci sarebbe: ridurre la pressione fiscale sul lavoro dipendente, una scelta sacrosanta, ma recuperando i soldi dalla tassazione delle rendite finanziarie. Sarà per la prossima finanziaria.