Se il lavoro ti stringe, ti stressa

22/10/2002



            22 ottobre 2002
            Se il lavoro ti stringe, ti stressa
            Provoca guasti alla salute? Governo e industria propongono di stracciare la 626


            MANUELA CARTOSIO


            MILANO
            Dopo il mal di schiena, è lo stress il «problema» più diffuso tra i lavoratori europei. Non è una malattia ma, se prolungato nel tempo, incide sulla salute sia mentale che fisica. Si manifesta quando le richieste dell’ambiente di lavoro superano la capacità del lavoratore di affrontarle o di controllarle. Può essere provocato da rischi psicosociali (come le richieste eccessive o lo scarso controllo sul proprio lavoro), da rischi fisici (come la rumorosità e la temperatura) o da vere e proprie vessazioni e violenze (e siamo all’anticamera del
            mobbing). Lo stress da lavoro colpisce 40 milioni di europei, causa malattie cardiovascolari per il 16% degli uomini e per il 22% delle donne. Incide su oltre la metà delle assenze dal lavoro e nel 1999, tra assenze e spese sanitarie, è costato 20 miliardi di euro agli Stati della Ue. La settimana europea per la salute e la sicurezza dei lavoratori è dedicata quest’anno allo stress e al mobbing. I due «rischi emergenti» del lavoro che cambia sono il tema del convegno organizzato da ministero del welfare, Inail e Ispesl che prosegue oggi a Milano (Salone Pio XII, via S. Antonio 5). Il ministro della salute Girolamo Sirchia ha fatto una rapida comparsa per dire che «anche la disoccupazione può trasformarsi in malattia». Non occorre essere un luminare per saperlo, ma ricordarlo (alla Fiat) non stona. Chi perde il lavoro «diventa una persona fragile, sia perché ha minor accesso ai servizi sia perché è vittima di stress e di pesanti problemi psicologici». Un pensierino alla donne, vittime designate dello stress da (doppio) lavoro, un altro gli infermieri e a chi assiste gli anziani: «dovono confrontarsi tutti i giorni con la demenza e la morte», per questo in tutto l’occidente ricco c’è carenza d’infermieri. Il ministro Maroni ha colto l’occasione per tornare su uno dei progetti del governo: riscrivere la legge 626, il testo base per la sicurezza nei luoghi di lavoro, «per ridefinire il ruoli tra pubblico e privato». Le aziende devono passare dal rispetto puramente formale della legge a una cultura della prevenzione. Le istituzioni pubbliche deputate al controllo non devono comportarsi da «giudici» che «reprimono» e «sanzionano» ma da «consulenti amichevoli» delle aziende. D’accordo, naturalmente, il direttore della Confindustria Stefano Parisi. La 626 ha dato risultati «mediocri», meglio «promuovere comportamenti virtuosi», liberando le imprese dall’eccesso di burocrazia. Quanto allo stress da lavoro, Parisi tiene a precisare che non lo si può imputare per intero alle aziende: «Se uno deve transitare tutti i giorni dalla barriera autostradale di Mestre o sulla Milano-Brescia arriva al lavoro già stressato». Se fin qui siamo a Lapalisse, il direttore di Confindustria rovescia il senso comune quando sostiene che «più un sistema è competitivo, meno è stressante». Si compete con la qualità, con la formazione, non «spremendo» e «stressando» i propri dipendenti. Fuori i nomi, vien voglia di chiedere.

            Sarà colpa delle imprese nostrane o «del Mediterraneo», come celia il direttore del Censis, Giuseppe Roma, fatto sta che il 41% dei lavoratori italiani si dichiara «stressato». Ci superano solo i greci, mentre la media europea è del 28%. Più del mare, forse, pesa lo straordinario: in Italia è il 31% delle ore lavorate contro una media europea del 21%. Solo il 20% è stress «vecchio stile», da lavoro ripetitivo alla catena (tipo Lulù Massa, protagonista de La classe operaia va in Paradiso). Stressa di più essere esposti otto ore di seguito a un computer acceso (lo è il 15% dei lavoratori), rispondere a un call center, governare e-mail, fax e cellulari, stare in front line con i clienti in un albergo o in un’agenzia di viaggio. La fatica è aumentata «nonostante» le nuove tecnologie, dice il direttore del Censis. E se fosse aumentata «a causa» delle nuove teconologie?