Se il Governo toglie l’onore a Biagi

04/07/2002

Famiglia Cristiana OnLine

n.26 del 30 giugno 2002

 

L'editoriale
                di Beppe Del Colle



DOPO LA PUBBLICAZIONE DELLE CINQUE LETTERE DEL PROFESSORE


SE IL GOVERNO TOGLIE

L’ONORE A BIAGI


Il docente di Diritto del lavoro, assassinato dalle Br il 19 marzo, era stato lasciato solo dopo aver chiesto più volte che gli fosse restituita la scorta. E ora il pasticcio delle e-mail e delle "strane" minacce di Cofferati.

Pure in un momento di aspri conflitti politico-sindacali che dovrebbero averci abituati ai colpi di scena, la pubblicazione di cinque lettere inviate da Marco Biagi per posta elettronica a personalità e amici ai quali il docente di Diritto del lavoro, assassinato a Bologna il 19 marzo scorso dalle Br, chiedeva con angoscia di intervenire, perché gli fossero restituite le scorte che gli erano state tolte, ha offerto agli italiani uno spettacolo di incredibile leggerezza nel cuore di una spaventosa tragedia.

Andiamo con ordine. Qualcuno porta alla redazione del quindicinale bolognese Zero in condotta (Zic) un dischetto contenente cinque messaggi inediti, inviati in e-mail da Marco Biagi fra il 2 luglio e il 23 settembre 2001 al direttore di Confindustria Stefano Parisi, al sottosegretario al Lavoro Sacconi, al presidente della Camera Casini, al Prefetto di Bologna e al ministro Maroni.

Il direttore di Zero in condotta si accorda con la Repubblica per la pubblicazione in contemporanea. Il quotidiano verifica l’autenticità delle lettere con i destinatari e si accorge che in quella a Parisi, fornita da Zic, c’è un’omissione rispetto all’originale, là dove Biagi parla di «minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile)». Il direttore del periodico dice che il fornitore del dischetto, a lui noto, gli ha confessato di essere l’autore del "taglio", perché «non voleva che si parlasse solo della polemica con il segretario della Cgil».

Il ministro dell’Interno Claudio Scajola.
Il ministro dell’Interno Claudio Scajola
(foto AP).

Risultato: il giorno dopo sui giornali non si parlava che delle «minacce di Cofferati», a cominciare dallo stesso segretario della Cgil, il quale giustamente si domandava perché mai nessuno lo avesse interrogato in proposito. La risposta non poteva che essere questa: perché quella lettera non era mai stata letta dai magistrati di Bologna, che ne avevano agli atti, finora, solo due. Perché solo due? Chi mai ha potuto entrare in possesso di quel dischetto prima della Procura competente sul delitto? E da dove l’ha preso, visto che i computer del professore all’Università di Modena e in casa non sono stati sequestrati e molti potevano avervi accesso? E poi, chi era quella «persona assolutamente attendibile»?

Dal Centrodestra arrivavano: il noncurante sarcasmo dei portavoce di Forza Italia («È un rendimento di conti nella sinistra») e il più equilibrato giudizio di Gianfranco Fini («Cofferati non va demonizzato anche se non si condivide la sua posizione»); dal Centrosinistra il totale sostegno al "Cinese" (al quale tuttavia la direzione del Ds, il suo partito, solo pochi giorni prima aveva negato a maggioranza la piena condivisione delle idee a proposito della difesa a oltranza dell’articolo 18); da molti politici, sindacalisti e giornali "moderati" veniva l’esortazione ad «abbassare i toni» della polemica, per evitare che dalle parole troppo forti i terroristi possano ricavare pallottole per le proprie armi (come se ne avessero bisogno: la storia delle Br è tutta raccolta in un proprio delirio ideologico, indifferente ai conflitti naturali di ogni democrazia).

Infine, l’agghiacciante giudizio del ministro Scajola al Corriere della Sera e al Sole 24 Ore: «Biagi era un rompic… che voleva il rinnovo del contratto di consulenza». Mentre la Repubblica riferiva l’ammissione di una fonte anonima del Viminale: abbiamo sottovalutato le sue angosce, abbiamo pensato che fosse emotivamente fragile, un mitomane. Scajola, pur dicendo di «non riconoscersi in quelle parole», offriva le dimissioni al presidente del Consiglio Berlusconi, che le respingeva. Le Brigate rosse hanno tolto a Biagi la vita, il Governo l’onore, dopo averlo lasciato solo.
  

                 Beppe Del Colle