Se il governo resiste smacco per Berlusconi (M.Franco)

25/10/2007
    giovedì 25 ottobre 2007

      Pagina 5 – Primo Piano

      LA NOTA

        Se il governo resiste smacco per Berlusconi

          Il ruolo di Napolitano,
          l’esecutivo di passaggio
          di Bertinotti e
          la filiera centrista

            di Massimo Franco

              I l «no» a Giorgio Napolitano è garbato ma irrevocabile. Silvio Berlusconi liquida l’appello del capo dello Stato a fare le riforme come una proposta irricevibile. «Non c’è modo e spazio per collaborare con questa sinistra», avverte. Lo schema del Cavaliere prevede la crisi del governo e poi, subito, elezioni. Rimane da capire se tutto il centrodestra lo segua su questa strada. Apparentemente, sì. Anche chi, come l’Udc, sotto sotto accarezza progetti centristi e tappe intermedie, teme di esporsi fino a che incombe il rischio del voto anticipato; e asseconda le mosse del Cavaliere. Se però Romano Prodi dovesse cadere davvero, cosa probabile ma non certa, le differenze potrebbero riaffiorare.

              È come se esistesse una filiera di minoranza, che aspetta l’occasione per tentare una saldatura parlamentare sulla riforma elettorale e il governo di transizione; e che deve fare i conti con l’ostilità di Romano Prodi e dello stesso Berlusconi, per motivi diversi. I leader del governo e dell’opposizione insistono per andare alle urne, se c’è la crisi; e danno per scontato che Giorgio Napolitano non avrà margini per fare altrimenti. Eppure, la presa di posizione del Quirinale ha trovato una sponda in Fausto Bertinotti, favorevole ad un governo di passaggio.

              Il presidente della Camera aveva poi spiegato il senso della proposta. E Palazzo Chigi l’aveva lodato subito per l’«equivoco chiarito». Ma non si trattava di equivoco; e la reazione di Prodi ha irritato Bertinotti. D’altronde il capo dello Stato trova qualche orecchio attento perfino nel centrodestra: cosa meno scontata. Si intravede un partito antielettorale pronto ad emergere, se non a schierarsi dietro Napolitano. I riconoscimenti al presidente della Repubblica da parte dell’Udc sono emblematici. Si dice che esistano resistenze anche dentro Forza Italia. Ma la leadership berlusconiana è in grado di azzerarle in un amen. FI è una miscela di «monarchia e anarchia », nella definizione di Giulio Tremonti, nella quale domina la volontà del Cavaliere, che vuole votare subito.

              Berlusconi ormai appare prigioniero dell’aspettativa che ha creato. Se Prodi resiste e se non si va al voto nel 2008, per la sua leadership sarebbe uno smacco politico e di immagine. Per questo, qualunque parola che suona come presa di distanze dalla strategia del leader crea qualche nervosismo. Il centrodestra è abituato a additare i contrasti dell’Unione; meno, ad ammettere i propri che sono obbiettivamente minori. È fisiologico, con i sondaggi che danno il Cavaliere al 63 per cento, e Prodi ad un misero 23: benché Palazzo Chigi li consideri «poco credibili». Eppure, c’è un’eco impercettibile di allarme nello stupore col quale Paolo Bonaiuti respinge l’idea di una Cdl divisa.

              Il portavoce del Cavaliere elenca le dichiarazioni più recenti degli alleati, per accreditare un fronte unito. Ma resta il dubbio che una crisi riservi sorprese. La certezza di elezioni nel 2008 è tutt’altro che granitica. Perfino sulla caduta di Prodi si alternano date «certe» e parole sfumate. Il 14 novembre, da «giorno x» della crisi sta diventando «la data indicata dai giornali, calcolando i giorni in cui il Senato discuterà la finanziaria», dice Bonaiuti. Insomma, nessuno è così forte da piegare la situazione ai propri obiettivi. E nel caos il premier si muove a proprio agio. «Vengo da una famiglia numerosa, e il silenzio mi confonde», è solito confidare. Ma troppo rumore può rendere sordi.