Se i diritti vanno all’asta – di Rinaldo Gianola

21/06/2002



21.06.2002
Se i diritti vanno all’asta

di 
Rinaldo Gianola


 Non sappiamo se Cisl e Uil firmeranno il testo dell’accordo proposto dal governo sulla modifica, aggiramento, sospensione (chiamatelo come volete: il risultato non cambia) dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma ci pare che Pezzotta e Angeletti, pur con accenti diversi, siano disposti ad accettare il «nuovo patto sociale» di Maroni. Ieri sera ci sembravano soddisfatti, forse pensano che quello sul lavoro sia un accordo propedeutico a ben altre intese come quella sugli enti bilaterali. Ma ne vale la pena? Sotto il profilo sindacale, «della trattativa» direbbe il leader della Cisl, l’offerta del governo è assai deludente. Il sindacato concede la possibilità di “sospendere” l’articolo 18 alle imprese che oggi si trovano con meno di 15 dipendenti e vogliono superare questa soglia.

Questa concessione, sia sperimentale o definitiva, è un regalo alla Confindustria: chi lavora o verrà assunto in queste aziende potrà essere licenziato senza giusta causa, non avrà la possibilità di essere reintegrato e in cambio avrà una compensazione ancora da definire.

Non è finita con i licenziamenti. Questo delle aziende che superano i 15 dipendenti è solo un caso. Poi Pezzotta e Angeletti saranno chiamati a discutere di un secondo caso, per le aziende che emergono dall’economia in nero e per le quali verrebbe sospeso l’articolo 18, quando parleranno di sommerso.
Che cosa hanno avuto in cambio Pezzotta e Angeletti? Per ora il ministro del Welfare ha messo sul tavolo una mancia, circa 700 milioni di euro, per gli ammortizzatori sociali. Il governo è disposto ad aumentare al 60% l’indennità di disoccupazione, ma solo per sei mesi, poi viene tagliata nettamente. Se la memoria non ci inganna la Cisl aveva stimato in 5 miliardi di euro l’investimento minimo per una riforma degli ammortizzatori sociali. Pezzotta adesso sembra accontentarsi di molto meno. Avrà le sue ragioni.

Certo, ognuno fa le sue scelte, ma non si può giocare con le parole e far finta che ci sia stato lo stralcio dell’articolo 18 per la cui difesa Pezzotta e Angeletti hanno chiamato i loro iscritti alla mobilitazione e allo sciopero generale. Non c’è stato alcuno stralcio, tant’è che sul tavolo c’è la proposta di Berlusconi condivisa da D’Amato di violare la norma che vieta i licenziamenti. Di questo Cisl e Uil stanno trattando, non di altro. Per carità, tutto è legittimo, può darsi che trovino anche consensi nelle svariate pieghe dell’Ulivo. Però non si può far finta che si stia parlando d’altro.

Non c’è bisogno di aver fatto per decenni il sindacalista, come hanno fatto Pezzotta e Angeletti, per comprendere l’enorme potere simbolico ed evocativo che ha la violazione dell’articolo 18. Oggi si consente di licenziare i lavoratori di imprese che hanno meno di 15 addetti, domani si passerà agli altri. In questa fessura, che Cisl e Uil hanno contribuito ad aprire, Confindustria e governo si fionderanno nei prossimi mesi per procedere nella destrutturazione del sistema dei diritti dei lavoratori che ancora ieri, in decine di migliaia in Campania e in Lombardia, hanno dichiarato di voler difendere. Gli industriali hanno davanti una prateria su cui cavalcare: perchè non ipotizzare che aziende di 30 o più dipendenti possano essere dimezzate per non rispettare più l’articolo 18?

Forse ci sbagliamo, ma Cisl e Uil sembrano indirizzate verso accordi ben più consistenti col governo dopo aver accettato di discutere e di violare l’articolo 18. Adesso che cosa faranno davanti alla decontribuzione per i neoassunti o di fronte alla “riforma” fiscale di Tremonti? Dopo aver mostrato la disponibilità a trattare persino dell’impossibile, cioè dei licenziamenti con l’illusione che non succederà niente, come faranno ad opporsi o a ritirarsi di fronte a questi argomenti? Pezzotta e Angeletti, inoltre, avrebbero già concordato col governo l’avvio di quattro enti bilaterali, di cui due dedicati al collocamento e alla formazione. Cisl e Uil, assieme a Confindustria e con la benedizione del governo, si appresterebbero dunque a gestire il mercato del lavoro in tutte le sue componenti. Un’operazione importante e delicata che potrebbe rischiare di trasformare i sindacati in dipendenti dell’esecutivo. Il governo, tra l’altro, vorrebbe che il sindacato diventasse un “vigilantes” – ovviamente retribuito – per controllare i lavoratori costretti a lavorare in “nero”. E magari, per regolarizzarli, gli chiederanno pure di iscriversi a Cisl e Uil. Forse sono solo scenari improbabili, Pezzotta e Angeletti possono ancora ritirarsi da questo percorso perverso che porta dritto dritto al bipolarismo sindacale: da una parte il sindacato che fa il sindacato, dall’altro il sindacato parastatale.