Se Cofferati è un massimalista – di Furio Colombo

15/07/2002



14.07.2002

Se Cofferati è un massimalista

di 
Furio Colombo


C’era una volta la grande unità sindacale, tre sindacati uniti nella difesa dei diritti di tutti i lavoratori. Il più sacro: il diritto di non essere licenziati senza motivo.
Erano forti i tre sindacati. Basta pensare all’incredibile risultato dello sciopero generale che ha fermato l’Italia il 16 aprile. Basta pensare ai tre milioni di donne e uomini, chi con i figli, chi con i genitori e i nonni, venuti a Roma il 23 marzo, convocati dalla Cgil, che hanno sfilato per la città, si sono riuniti al Circo Massimo per ascoltare il discorso del loro leader e sono ripartiti, in una grande festa senza il minimo incidente.
C’era una volta, e c’è ancora, un governo di destra che si è accorto subito del problema di dover tener testa a un sindacato così forte. Si è alleato subito con uno strano, concitato presidente di Confindustria. E, insieme, si sono dati subito da fare, mobilitando ogni tv e ogni giornale e ogni editorialista di osservanza padronale e governativa, con un progetto urgente: mai più tre milioni di persone, in un solo giorno, contro il governo. Ci vogliono sindacati piccoli e divisi.
Non so spiegare perché, ma due dei tre sindacati – la Uil e la Cisl – hanno deciso, a un certo punto, di sfilarsi dallo schieramento unitario. Hanno deciso di «dialogare» col governo, hanno deciso di accettare tutto (tutto) ciò che il governo aveva da proporre.
La Cgil, il sindacato di gran lunga più grande, ha detto no a quel tavolo. Ha visto il menu e ha rifiutato. Un affronto non da poco, per un governo a cui piace vincere. Da quel momento il governo ha impiegato tutte le sue forze, i suoi commentatori «amici» e i suoi media contro la Cgil. Un risultato lo ha raggiunto. Molti, anche a sinistra, non hanno nessuna spiegazione da chiedere a Uil e Cisl, non gli hanno domandato come mai, dopo grandi scioperi e grandi manifestazioni condotte insieme, siano diventati partner di un piano che evidentemente è importantissimo per il governo e per il suo grande alleato, la Confindustria. Tutti, però, vogliono spiegazioni e ragioni dalla Cgil.
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Ecco una frase che appartiene, nelle polemiche di questi giorni, alla destra, ma non solo alla destra. E’ un pensiero fisso che circola.
«Se la sinistra egemonizzata dal massimalismo di Cofferati delegittima il governo, delegittima anche se stessa. In definitiva è tutta la democrazia che ne soffre».
La frase è di un liberale di destra (Massimo Teodori, IL GIORNALE, 8 luglio) e di una liberale di sinistra (Barbara Spinelli, La Stampa, 7 luglio).
Anche se questa non era l’intenzione degli scriventi, credo di poter dire che nulla è più antidemocratico di questa affermazione. Essa, infatti, definisce un recinto di tolleranza e di riconoscimento per chi accetta il gioco. Al di fuori sei un nemico. O, nella più benevola delle interpretazioni, un pericolo per te e per la democrazia.

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Vorrei ricordare a Teodori e Spinelli il primo emendamento della Costituzione americana. Eccolo: «Il Congresso non potrà fare mai alcuna legge per ridurre in alcun modo la libertà di parola, la libertà di stampa o il diritto del popolo di riunirsi in manifestazioni per cambiare le decisioni del governo».
Non c’è alcun accenno a forme di libertà di parola e di manifestazione che potrebbero delegittimare un governo e dunque minacciare la stessa legittimità di chi si oppone.
E’ ovvio che neppure la costituzione italiana permette di tracciare un solco fra opposizione gradita e opposizione sgradita. E’ noto che la Costituzione italiana proibisce in modo tassativo ogni accostamento fra opposizione sgradita e illegalità. Al contrario, è illegale tentare di ghettizzare l’opposizione sgradita solo perché, il più delle volte, l’opposizione sgradita è quella efficace. Ma ho usato l’esempio americano perché la enunciazione del «primo emendamento» sulla libertà di dissenso (e la sua ampiezza, aggressività e tenacia) è il più radicale che esista nel mondo democratico.
Il riferimento al primo emendamento della costituzione americana è importante anche per capire il rapporto tra maggioranza e opposizione negli Stati Uniti. Per esempio, è utile ricordare la contestazione subita dal presidente Clinton (partito democratico) ad opera della sua opposizione (partito repubblicano) tra il 1996 e il 2000. Si è manifestata con l’avere intentato contro il presidente degli Stati Uniti quattro processi e nove inchieste parlamentari (tutte di iniziativa ufficiale del partito di opposizione) senza che mai alcuno, in Parlamento, nei media o nella opinione pubblica si sia levato a parlare di opposizione che delegittima il capo dell’esecutivo e dunque anche se stessa e dunque anche la democrazia.

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C’è un’altra accusa per Cofferati. Dicono: il leader della Cgil si oppone ad un accordo sindacale perché fa politica. La sua assenza dal tavolo sindacale è un gesto politico.
Lanciano questa accusa governo e voci di maggioranza, e questo si capisce. Cofferati è un leader molto visibile e qualunque argomento è buono per tentare di limitarne il peso. Ma, come si è detto, questa accusa viene anche da sinistra. E allora suona incomprensibile. «A che cosa è servito disertare quel tavolo?» domanda Michele Salvati su «La Repubblica» del 10 luglio. Salvati propone una serie di ipotesi. Una domanda. Salvati – e con lui altri, fra i Ds – non avrebbe dovuto, per prima cosa, soffermarsi un momento a contemplare la pesante macchina di guerra costruita e messa in funzione dal governo, dalla sua cultura, dai suoi giornali, dalle sue televisioni, da batterie di corsivisti e commentatori «indipendenti», all’unico scopo di spaccare i sindacati, invelenire i loro rapporti, dividerne le loro basi, e di indicare come unico colpevole chi ha svelato sùbito il gioco, accusandolo di essere, di volta in volta, complice della violenza, conservatore ossessivo, ladro di ruoli politici, nemico dei veri interessi dei lavoratori?
Chi ha voglia e tempo di guardare bene questa macchina da guerra messa in piedi dal governo intorno ai problemi del lavoro si rende conto di tre cose.
Primo, politico (corsivo) è il gesto di sedersi al tavolo del governo. Sindacale (corsivo) è la decisione di vedere la trappola, di denunciarla, di rifiutarsi.
Secondo, poiché due sindacati sono stati al gioco del governo, per ragioni che il tempo ci spiegherà, ma che certo sono molto importanti per Berlusconi, è bene accettare realisticamente di avere perduto una mossa. Il governo ha mangiato due pedine.
Terzo, ne ha mangiate due ma non tre. La più ambita, un pezzo fondamentale della sinistra, non si è fatta catturare dall’insidioso gioco politico. E’ restata sindacato.
Come mai, allora, tutta questa corsa a dire e ripetere che anche Uil e Cisl sono sinistra, dedicando invece sdegno, sgridate, distinguo, solo alla Cgil, che non è caduta nella trappola?
Qualcuno dirà: perché dici trappola? La risposta è facile. Qualunque industriale ti spiega che l’articolo 18 non conta nulla né per l’occupazione né per l’impresa. Qualunque economista di fama nel mondo – da Friedman a Stiglitz – ti dice che l’economia cresce, ristagna, soffre, decade, riprende per ragioni ormai globali che non hanno niente a che fare con la libertà di licenziare.
La libertà di licenziare è sanguinosa per i lavoratori ma non interferisce in alcun punto e in alcun modo con le sorti dell’economia di un paese, di un’area, o del mondo. Nella storia dell’economia industriale non si ricorda alcun caso di crisi dovuto al tipo di contratti e di leggi del lavoro in vigore. Ma si ricordano depressioni e disastri spaventosi (dagli Usa degli anni Trenta all’Argentina dei nostri giorni) dovute alla mancanza di quei contratti e di quelle leggi.

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Qualunque politico vede al primo sguardo che la cosa più importante per un governo di destra è mettere sotto e far apparire irrilevanti e subordinati i sindacati. Un buon modo per farlo è indurli a sedere ad un tavolo di trattativa con percorsi fissi e non negoziabili (la prova, nel caso italiano, è che tra il primo e l’ultimo giorno la cosiddetta trattativa non ha cambiato una sola virgola, e che il ministro Maroni ha fatto tutto il suo tragitto restando immobile). Se qualcuno non ci sta, la propaganda governativa – che nel nostro caso è molto forte – lo deve svergognare, isolare, mettere in una luce di dubbio anche morale. Deve fare in modo che, in caso di futuro e tragico evento violento, si possa dire: «Noi lo avevamo previsto, chi semina vento raccoglie tempesta».
Si costruisce e si accredita la seguente sequenza: Chi non sta al gioco è contro le riforme. La parola «riforme» diventa magica, salvifica, miracolosa, senza bisogno di altre specificazioni o definizioni. Basti pensare che è la stessa parola che il ministro Bossi invoca per il suo progetto di secessione e divisione del Paese. Chi è contro le riforme (dunque anche le riforme di Bossi) è «massimalista». Liberali di tutti i tipi (da destra a sinistra) si appropriano della parola anche se si guardano bene dal definirla o dal rispettarne il contesto storico (che riguardava, come tutti ricordano, il grado di disciplina e di ortodossia all’interno di un partito rigido). Si limitano a suggerire che «massimalista» è qualcuno incline in modo rischioso alla esagerazione.
Tutto bene. Poiché questo è il giudizio proposto dalla destra, si vede un vasto e ben congeniato gioco politico.
Ma perché tante voci di sinistra (di opposizione) che dovrebbero essere impegnate a scoprire il gioco del governo, le ragioni che hanno indotto gli altri sindacati a firmare, invece tengono d’occhio Cofferati, qua e là si associano alle critiche e lo additano come un problema? E come si fa a dare sostegno pieno a Cofferati però, nello stesso tempo, sgridandolo per non essere rimasto vicino a Pezzotta ed Angeletti? Come si fa a proclamare di non voler «cedere» Pezzotta e Angeletti al governo, quando l’uno e l’altro sono già seduti accanto al governo, e basta un po’ di realismo per rendersene conto?
E’ giusto dire che noi, la sinistra, non abbandoneremo la gran parte degli iscritti a Cisl e Uil. Ma il miglior modo di mantenere il legame con una base è di parlare chiaro, dire tutto. E’ legittima la speranza che gli iscritti Cisl e Uil continuino a votare l’Ulivo. Ma solo se l’Ulivo dice forte che andare con un governo che sta affondando la sanità, che sta scardinando la scuola pubblica, che sta cancellando i diritti fondamentali del lavoro è un gravissimo errore. E ripete ben chiaro che a quel governo si deve tener testa in tutte le occasioni e in tutti i tavoli. Qualcuno dovrà avvertire Angeletti, Pezzotta e coloro che tra i Ds li sostengono che non esiste l’opposizione «flessibile», l’opposizione «part time».