“Scoperte!” Krugman: l’outsourcing aumenta i divari

12/06/2007
    martedì 12 giugno 2007

    Pagina 41 – Economia

      L’economista: trasferire produzioni in Cina o India danneggia la maggioranza dei lavoratori

        Krugman: il sogno dell’outsourcing? aumenta i divari

          «Se avessimo deregolato meno l’America sarebbe più giusta»

            Federico Fubini
            dal nostro inviato

              TORINO — C’è un affresco alla Ford a Detroit. L’ha dipinto Diego Rivera e mostra un cumulo d’acciaio a un’estremità del muro, mentre sull’altra c’è una vettura: in mezzo il marito messicano di Frida Kahlo, militante comunista, su commissione della famiglia dei baroni rappresentò a inizio secolo un ciclo di produzione. Tutto fra le stesse mura.

              Paul Krugman, come ieri alla Fondazione Luigi Einaudi di Torino, parla spesso di quel dipinto. L’economista di Princeton lo fa perché dà la misura di quanta strada abbia fatto il capitalismo, con interi segmenti di produzione oggi trasferiti da Detroit al Messico o dall’Ohio alla Cina. Ma lo fa anche perché, sostiene, quella migrazione del lavoro, diffusa ormai anche nei servizi, allarga il divario fra chi guadagna molto e chi poco a un ritmo tale che le vecchie ricette vacillano. «Non serve più ripetere che il libero commercio è buono per tutti – dice Krugman – . L’ipotesi più accreditata è che gli scambi crescenti fra i Paesi avanzati e quelli a basso costo danneggino molti lavoratori occidentali. Forse persino la maggioranza».

              Soprattutto nel mondo anglosassone, anche i servizi tradiscono ormai il modello che metteva d’accordo i Ford e Diego Rivera. L’elenco dell’outsourcing presentato da Krugman ieri alla lezione organizzata dalla Compagnia di San Paolo è in parte noto: da tempo i telefonisti vengono licenziati in Nebraska e assunti a Bangalore, come ormai anche gli analisti delle radiografie o gli esperti di dichiarazioni fiscali. Ai programmatori di software della Silicon Valley viene chiesto di condividere le mansioni sui reciproci turni di giorno e di notte con i loro parigrado in India. Quindi, non appena questi ultimi assorbono le competenze, l’impresa trasferisce a loro tutto il lavoro: costano, stima Krugman, cinque volte meno dei colleghi californiani.

              Meno attenzione attira l’ outsourcing opposto, quello dalle economie emergenti: quando la cinese Lenovo ha acquisito la divisione computer di Ibm, ha stabilito il quartier generale in North Carolina. E a New York o a Londra aumentano le sedi di imprese multinazionali, anche di Paesi in via di sviluppo come l’indiana Mittal. «I manager vogliono vivere vicino ai banchieri», dice Krugman.

                Niente di tutto questo riduce però le disuguaglianze. Krugman non fa sconti: «Se avessimo liberalizzato meno gli scambi, in America le differenze di reddito sarebbero minori, anche se l’impatto su Bangladesh o Costa Rica sarebbe catastrofico: non potrebbero venderci i loro beni». Krugman non è il solo economista liberista di area democratica a esprimere i suoi dubbi sulla globalizzazione. Alan Blinder, oggi a Princeton, in passato numero due di Alan Greenspan alla Federal Reserve, stima che 30 milioni di posti di lavoro americani (su 140) rischiano di essere trasferiti in Paesi a basso costo. Per Krugman ciò schiaccia già i salari del 9% e mette in pericolo chiunque abbia meno di 15 anni di scolarizzazione. «Offro munizioni ai barbari del protezionismo? – si chiede – . Sono onesto: a questa obiezione non saprei come rispondere».