Scontro sociale sui licenziamenti? I dubbi degli elettori del centrodestra

18/03/2002






L’OSSERVATORIO
di Renato Mannheimer

Scontro sociale sui licenziamenti? I dubbi degli elettori del centrodestra


Tra chi ha votato la Casa delle libertà, solo uno su quattro è favorevole alle modifiche allo Statuto dei lavoratori

      Ancora oggi molti si domandano come mai Berlusconi abbia deciso di affrontare la questione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fin dai primi mesi di vita del governo. Si tratta infatti di una norma considerata, a torto o a ragione, come emblematica dei diritti dei lavoratori e che perciò assume un valore simbolico che va ben al di là del merito specifico delle modifiche proposte e del numero di casi che esse riguarderebbero (secondo diversi osservatori, il «deterrente» esercitato dall’esistenza stessa dell’articolo 18 sulla propensione a licenziare – o ad assumere – è sostanzialmente limitato) e, in una certa misura, ne prescinde. In altre parole, l’intervento sull’art. 18 evoca, a torto o a ragione, la messa in discussione dell’occupazione – e, secondo alcuni, della dignità stessa – di gran parte dei lavoratori. Proprio per questo suo valore simbolico, la vicenda vede la maggioranza della popolazione su posizioni critiche verso il governo. E’ un atteggiamento per il quale non si riscontrano differenze rilevanti tra i diversi strati anagrafici: anche tra chi ha meno di trent’anni, vale a dire, secondo quanto dichiarato da Berlusconi, il vero beneficiario dei provvedimenti proposti, si rileva una posizione prevalente di critica, con addirittura una ancor più accentuata diffidenza verso la flessibilità in generale, temperata solo dalla consueta maggiore presenza di «non so» nelle risposte dei più giovani.
      Il divario di opinioni è invece più significativo se si considera l’orientamento politico. Tra gli elettori del centrodestra, com’era ragionevole attendersi, la maggioranza relativa si pronuncia, in linea di principio, per l’introduzione di norme che favoriscano una maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Ma, nel momento in cui si cita l’intenzione di modificare l’articolo 18, l’opinione si ribalta, tanto che si esprime favorevolmente alle proposte del governo solo una minoranza relativa (25 per cento) degli elettori della Casa delle libertà, di entità quasi pari a quanti, sempre tra questi ultimi, affermano che «l’articolo 18 non può essere in nessun caso modificato». In altre parole, la natura simbolica ed evocativa dell’articolo 18 ha la meglio anche sugli orientamenti politici di carattere generale dei votanti per il centrodestra.
      Tutto ciò si riflette sui giudizi relativi all’opportunità o meno dello sciopero generale. La maggior parte della popolazione adulta lo ritiene necessario o quantomeno opportuno. Ancora una volta, si tratta di una posizione prevalente nel centrosinistra, che coinvolge però anche quasi metà degli elettori del centrodestra. E che trova il consenso della maggioranza degli iscritti ai tre sindacati maggiori, tra i quali proprio la vicenda dell’articolo 18 sembra avere portato una nuova unità, malgrado il persistere di significative differenze tra la Cgil e i suoi partner.
      Insomma, il presidente del Consiglio ha affrontato uno dei pochi temi che può erodere il suo consenso perfino nell’elettorato della Casa delle libertà. Che rafforza la controparte sindacale, attenuando la grave crisi di fiducia e di identità che la caratterizzava fino a pochi mesi fa. E che non porta maggior seguito all’opposizione, solo grazie alla disunità e ai conflitti interni che dilaniano quest’ultima. Quali pressioni o considerazioni politiche possono avere spinto Berlusconi – solitamente così attento agli umori dell’opinione pubblica – a cacciarsi in un tale ginepraio?


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