Scontro finale sulle pensioni

19/07/2004


    lunedì 19 Luglio 2004

    Scontro finale sulle pensioni
    La Lega: si può rinunciare alla fiducia. Violante: una legge da cambiare

    Bianca Di Giovanni

    ROMA Sulle pensioni l’opposizione e i sindacati sono pronti a dare battaglia. E la maggioranza? Sembra pronta a stritolarsi, stando almeno alle ultime indiscrezioni. Che vedono in discesa l’ipotesi della richiesta di fiducia, avanzata appena una settimana fa dallo stesso premier. Così oggi – salvo sorprese in notturna magari provenienti dalla residenza svizzera di Umberto Bossi – si va verso la discussione generale in Aula del testo identico a quello varato con la fiducia in Senato (la Commissione non ha modificato nulla) e da domani dovrebbe iniziare l’esame degli emendamenti (circa 150), per arrivare all’ok in settimana.

    I tempi tecnici ci sono, mancano quelli politici. È lo stesso presidente del Senato Marcello Pera ad ammetterlo: occorre ridefinire i patti. Per questo la fiducia sarebbe troppo rischiosa per la Lega. Il Carroccio non vuol perdere la faccia su un provvedimento che porta il nome di Maroni, ma la firma effettiva a quattro mani di Giulio Tremonti e Umberto Bossi. Tutti nordisti doc. Per di più l’avvertimento è già stato lanciato: se l’Udc non accetta il federalismo, il Carroccio farà «melina» sulle pensioni. Una vera trappola. E non solo. «Di fatto i pensionati si ritrovano ostaggi del teatrino della politica berlusconiana e dei suoi alleati», osserva Renzo Innocenti, deputato ds. Nessuna questione di merito: la partita è tutta politica. Ed è anche molto complicata, perché l’Italia prima con Tremonti e poi con lo stesos premier è andata a raccontare al mondo intero (e soprattutto agli analisti) che prima della pausa estiva avrà una riforma strutturale, cioè quella previdenziale, bella che approvata. La marcia dunque è forzata.

    Così, nella lunga vigilia che precede una seduta ad alta tensione, il sottosegretario al Welfare Alberto Brambilla lancia segnali pacificatori. «Ci sono le condizioni per approvare la delega in via definitiva senza mettere la fiducia – dichiara serafico – Se ci sono solo 100 emendamenti come sembra, li discuteremo e sentiremo le osservazioni di tutti, in particolare quelle della Lega. Su alcune questioni è possibile accogliere alcuni suggerimenti di modifica attraverso l’approvazione di ordini del giorno che potranno essere presi a riferimento nella scrittura del decreti delegati». Tradotto: andiamo all’approvazione del testo così com’è, ai «miglioramenti» penseremo dopo. Si sa già che ai centristi dell’Udc non piacciono molti aspetti del provvedimento. In particolare quella parte che parifica i fondi pensione con le polizze assicurative: un regalo alle compagnie d’assicurazioni (un nome per tutti: Mediolanum) difficile da far capire ai pensionandi. E soprattutto un punto che mette a rischio la nascita di un forte sistema di previdenza complementare. Altro punto su cui l’Udc mostra perplessità è lo «scalone» che si immette nel 2008 per le anzianità, con la quota ‘98 (anzianità contributiva + età anagrafica) contro l’attuale quota 92. Su questi due punti c’è una forte convergenza con il centro-sinistra, che farà di tutto per modificarli. Non si escludono, quindi, colpi di scena. Anche se non mancano i tempi per una veloce quarta lettura (stavolta definitiva) al Senato prima delle ferie d’agosto.

    Quanto all’opposizione, è da tempo schierata su un netto no all’intero provvedimento, mentre i sindacati hanno già programmato per domani scioperi e manifestazioni in tutta Italia. «Ci impegneremo a correggere profondamente il testo e su questo contiamo anche sul consenso di settori più sensibili e responsabili della maggioranza – dichiara Luciano Violante, capogruppo ds – Ci sono, infatti, perplessità sia in An che nell’Udc e nella Lega se pure su temi diversi. Anche i colleghi di Forza Italia che conoscono la materia sono preoccupati». Per di più il provvedimento, che doveva servire a riequilibrare la finanza pubblica tra il 2008 e il 2013, dopo le modifiche introdotte in Senato garantirà minori risparmi rispetto alla prima versione. Le minori uscite saranno pari a 37,68 miliardi rispetto ai 39,28 preventivati nell’arco dei cinque anni considerati.

    La novità maggiore introdotta dalla (contro) riforma riguarda la pensione d’anzianità: dal primo gennaio 2008 si andrà in pensione di anzianità con 60 anni (61 per gli autonomi) più 35 di contributi, oppure con 40 anni di anzianità contributiva a prescindere dall’età anagrafica. Dal 2010, invece, l’anzianità scatta con 61 anni, 62 per gli autonomi. Dopo la verifica del 2013, invece, il limite di età potrebbe essere innalzato a 62 anni per i lavoratori dipendenti e 63 per gli autonomi. Sempre dal 2008 le finestre d’uscita si ridurranno da quattro a due. Ma viste le difficoltà di bilancio che ilPaese attraversa sono in molti a temere che quel provvedimento venga anticipato con una misura successiva. Per le donne resta un terzo canale: anche dopo il 2008, le donne potranno decidere di andare in pensione con 57 anni di età e 35 di contributi ma con una penalizzazione: il calcolo sarà fatto interamente con il metodo contributivo.