Scontro aperto sui contratti

03/05/2001

Giovedì 3 maggio 2001

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Pagina 10
Scontro aperto sui contratti
Governo in campo, ma imprese e sindacati sono lontani
Amato: rispettare l’accordo del ’93. Cofferati: da Confindustria un problema salariale. D’Amato: vale l’inflazione programmata

VITTORIA SIVO

ROMA – Sindacati e Confindustria ai ferri corti, questa volta sul rinnovo dei contratti di lavoro. Il nuovo conflitto è divampato ieri, al termine di una giornata che nelle intenzioni del governo doveva servire proprio a spianare la strada ai contratti che quest’anno interessano circa 6 milioni di lavoratori dipendenti, fra pubblici e privati. In effetti dagli incontri avuti prima con i sindacati, poi con gli imprenditori Giuliano Amato aveva tirato un bilancio rassicurante: «Mi tranquillizza il fatto che tutte le parti convengono sulla loro lealtà all’accordo del ‘93» e che ci sia la volontà di «arrivare senza intoppi a concludere i contratti, alcuni in tempi rapidi». Del resto, convocando le parti a palazzo Chigi, il governo «non intendeva interferire con la loro autonomia», in quanto «non esiste un potere di intervento nelle fasi negoziali dei contratti», perché queste dipendono da variabili «macroeconomiche che fortunatamente non possono essere fissate per decreto».
Ma sotto i sacri principi dell’accordoquadro del ‘93 a cui tutti hanno rinnovato fedeltà, covano interpretazioni diametralmente opposte. Mano a mano che i diversi protagonisti uscivano da palazzo Chigi fornendo la loro lettura del controverso capitolo sull’adeguamento dei salari all’inflazione, il conflitto – soprattutto fra Cgil e Confindustria – è risultato evidente. Tanto che Sergio Cofferati contrariato del ruolo equidistante tenuto dal presidente del Consiglio, dichiarava in serata che «sarebbe grave se il governo, garante della politica dei redditi, si limitasse a registrare passivamente la volontà degli industriali privati di negare quell’accordo». Il leader della Cgil ha invitato pertanto il governo a «non accontentarsi di generiche disponibilità contraddette dai comportamenti e dalle intenzioni esplicitate da Confindustria».
Cgil, Cisl e Uil, questa volta compatte, ritengono che la salvaguardia del potere d’acquisto dei salari, sancita dall’accordo del ‘93, vada assicurata non solo con l’adeguamento all’inflazione programmata, ma anche recuperando il divario con l’inflazione reale del biennio precedente.
Viceversa, proprio richiamandosi ad una clausola del ‘93, la Confindustria ha obiettato che «la maggiore inflazione dello scorso biennio rispetto ai valori programmati è interamente imputabile alla componente importata (petrolio e dollaro) e in quanto tale, in base all’accordo del ‘93, non deve dar luogo a recuperi», altrimenti si innescherebbe una rincorsa fra prezzi e salari, tornando di fatto a meccanismi tipo scala mobile. Su questo punto il presidente del Consiglio si è limitato ad osservare che nei rinnovi contrattuali l’inflazione effettiva del biennio precedente «è da valutare anche in base alle eventuali variazioni delle ragioni di scambio del Paese».
Quanto al ritardo lamentato dai sindacati nel rinnovo dei contratti (inclusi quelli pubblici dove il governo è il datore di lavoro), il presidente della Confindustria Antonio D’Amato ha dichiarato che «non ci sono contratti fermi, ma una normale dialettica della contrattazione del tutto fisiologica», tanto è vero che negli ultimi 16 mesi nel solo sistema che fa capo a Confindustria sono stati conclusi accordi in 32 settori, per complessivi 2.400.000 dipendenti.

Su due delle maggiori vertenze contrattuali aperte, commercio e imprese di pulizia, il premier Giuliano Amato è fiducioso in una imminente conclusione. Ma i sindacati sono in allarme: Angeletti (Uil) accusa la Confindustria di creare i presupposti per un «grave conflitto sociale» e Cofferati attribuisce alla Confindustria anche la stasi nel rinnovo dei contratti dell’Enel, gas e Fs. Più cauto il leader della Cisl Savino Pezzotta, che chiama in causa il governo per il carotariffe responsabile della ripresa dell’inflazione.