Scompare dalle maxi-pensioni l’onere del 2% di «solidarietà»

22/01/2003



Mercoledí 22 Gennaio 2003

NORME E TRIBUTI


Scompare dalle maxi-pensioni l’onere del 2% di «solidarietà»
ROBERTO URCIUOLI


I pensionati più ricchi non solidarizzano più. Da quest’anno ai pensionati titolari di una o più prestazioni di importo complessivamente superiore a 80.391 euro non verrà più applicata la trattenuta del 2% sulla quota che supera questo limite. Dopo tre anni il contributo di solidarietà introdotto dalla Finanziaria per il 2000 (articolo 37, commi 1 e 2 della legge 23 dicembre 1999, n. 488), infatti, non opera più da dicembre scorso e non è stato prorogato. Meno risorse, di conseguenza, confluiranno nel Fondo Inps di solidarietà per le prestazioni ai lavoratori precari (compresi i collaboratori coordinati e continuativi). Rispetto al 2002, quindi, per un pensionato che percepisce un assegno o più assegni (diretti e indiretti) di importo pari a 100mila euro annui, ad esempio, la mancata trattenuta del 2% su oltre 19mila euro risultanti dalla differenza tra l’importo dell’assegno complessivo e il massimale contributivo (80.391 euro) si trasforma in un risparmio di circa 392 euro all’anno (circa 30 euro al mese). Solidarietà e aumenti a scartamento ridotto. Prendendo invece a riferimento piloti, magistrati, dirigenti pubblici e privati e comunque i pensionati che percepiscono prestazioni, rendite e vitalizi i cui importi complessivi sono compresi tra 120mila a 150mila euro lordi all’anno – ossia tra 6 e 7mila euro al netto dell’Irpef per ognuna delle 13 mensilità – il risparmio varia, in proporzione, dai 792 euro ai 1.392 euro all’anno. In tre anni, questi pensionati d’oro hanno lasciato nelle casse dei loro enti erogatori, a titolo di solidarietà, una somma variabile dai 2mila ai 4mila euro. Se a queste cifre, però, si aggiunge anche quanto questi pensionati hanno perso per l’applicazione delle norme di riduzione degli aumenti per la variazione del costo della vita (la "perequazione automatica"), sulla base di valori percentuali inversamente proporzionali rispetto all’elevazione delle quote di rendita soggette a indicizzazione (legge 27 dicembre 1997, n. 449 e legge 23 dicembre 2000, n. 388), il "sacrificio" cui sono stati costretti nel triennio 2000/2002 si amplifica fino a raggiungere costi compresi tra 3 e 6mila euro.
La perequazione per il 2003. In tutti i casi, per quanto riguarda il meccanismo di incremento delle rendite a titolo di indicizzazione al costo della vita, da gennaio 2001 la percentuale di aumento per la variazione del costo della vita scatta in misura ridotta per tutte le pensioni – erogate dall’Inps e dagli altri Fondi o Casse sostitutivi – superiori a tre volte il trattamento minimo del Fondo lavoratori dipendenti (articolo 69, comma 1 della legge 23 dicembre 2000, n. 388). La legge prevede, infatti, l’aumento a pieno titolo soltanto sulla quota complessiva pari a tre volte il minimo, mentre per le fasce di rendita comprese fra tre e cinque volte il minimo la percentuale di aumento è ridotta al 90% e per la parte eccedente cinque volte il minimo al 75 per cento. Rispetto a dicembre 2002, quindi, da gennaio di quest’anno sono state aumentate in via previsionale del 2,4% le quote di pensione fino al limite di 1.178,07 euro, del 2,16% (il 90% di 2,4%) le fasce da 1.178,08 euro a 1.963,45 euro e dell’1,8% (il 75% di 2,4%) le parti di rendita eccedenti i 1.963,45 euro. Applicando questo meccanismo, per esempio, un pensionato che a dicembre 2002 percepiva una pensione lorda di 1.800 euro al mese, poco più di 1.400 euro al netto dell’Irpef, a gennaio ha ottenuto un aumento lordo di 41,70 euro, pari cioè al 2,32 per cento. Invece, portando un altro esempio, un collega pensionato da 2.500 euro lordi al mese, circa 1.800 euro netti, ha ottenuto da gennaio un aumento lordo mensile di 54,89 euro lordi. Ponderando la media sull’intero importo del vitalizio, l’aumento risulta pari al 2,32% nel primo caso e al 2,19% nel secondo.