Scommesse: Intervista a Ughi (Snai)

20/03/2001

Il Sole 24 ORE.com
    Scommesse. Oggi nuova riunione al ministero delle Finanze

    Ughi (Snai): «Imposte più basse per salvare le concessionarie»
    Milano. Fisco più basso e redistribuzione territoriale. Per Maurizio Ughi – presidente di Snai Spa, l’unica società italiana del settore giochi & scommesse ad essere quotata in Borsa, ma anche imprenditore in prima persona – solo così si riuscirà a scongiurare il "crack" finanziario delle agenzie di scommesse. Agenzie che rappresentano un quarto del fatturato Snai, grazie al pagamento dell’1,2% del loro volume d’affari in cambio di una serie di servizi.
    Oggi a Roma si riunisce per la terza volta la commissione istituita dal ministero delle Finanze. Sul tavolo c’è una serie di ipotesi, che non escludono tra l’altro l’intervento delle banche, ma sembrano avere in comune una cosa sola: la necessità di azzerare le regole in vigore e ripartire da capo con una valutazione più realistica del volume di gioco che può essere prodotto.
    Presidente Ughi, quante sono le agenzie collegate a Snai e quante rischiano la bancarotta?
    Sono 890 in totale e almeno il 70% di quelle nuove non è in equilibrio finanziario.
    Perchè?
    Abbiamo individuato due motivi: la distribuzione territoriale e l’imposta unica.
    Si spieghi meglio.
    La distribuzione delle nuove agenzie è stata fatta su base comunale, non provinciale. Oltre al numero di abitanti, è stata considerata la "propensione" alle scommesse, un dato falsato dalla preesistenza di gestori che con la loro attività avevano già "stimolato" il mercato.
    E sul fronte delle imposte?
    è molto semplice, in Italia si paga circa il 7,5% sul volume di scommesse. In Gran Bretagna si paga il 15% sui margini lordi, che a loro volta sono circa il 10% del volume. In parole povere, su 6mila miliardi, in Italia il conto è di 450 miliardi, in Gran Bretagna sarebbe di 90 miliardi. Senza contare che, calcolando i margini lordi, lo Stato inglese rischia in proprio: niente margini delle agenzie, niente incassi.
    Nel momento in cui la gara è partita, però, tutti i partecipanti conoscevano le regole. Per quale motivo oggi il ministero delle Finanze dovrebbe accogliere le loro istanze ed effettuare un’operazione di salvataggio?
    Lo Stato deve intervenire, perchè si tratta di un monopolio, nel quale i privati operano in concessione sulla base di regole predefinite dallo Stato stesso. Quando è stata bandita la gara, abbiamo contattato la Kpmg che ha fatto una "due diligence". Forti di questa analisi, siamo andati al ministero e abbiamo detto: attenzione, se si scende sotto un volume di gioco di 10mila miliardi, i conti non tornano. Abbiamo anche chiesto delle gare congiunte, sport e ippica, oggi i concessionari di entrambe le scommesse hanno molti meno problemi, ma i concedenti erano soggetti diversi (Coni da una parte e Finanze-Politiche agricole dall’altra) e così non si è voluto, o potuto, fare una sola gara.
    Malgrado ciò, nessuno si è tirato indietro.
    Ma il ministero delle Finanze ha assicurato che il business valeva 9/10mila miliardi, la Sogei ha fatto uno studio ad hoc. Che dovevano fare i candidati, decidere fin dall’inizio di cambiare mestiere?
    E sui bilanci 2000? Ormai la frittata è fatta, ci sono i minimi garantiti da pagare.
    Il minimo garantito può essere rimodulato sul volume di gioco effettivo, dando allo stesso tempola possibilità di dilazionare il pagamento. Se poi qualcuno ha "sparato" cifre comunque fuori mercato, è giusto che non riesca a rientrare.
    C’è chi denuncia l’infrazione delle regole antitrust. Alcuni gestori controllerebbero più agenzie di quanto consentito, grazie all’intestazione a persone "amiche".
    Non escludo che quest’ultima pratica esista, ma comunque nei limiti della legge. Sono state già fatte verifiche e ricorsi al Tar (respinti). Le Finanze poi sanno tutto dei loro concessionari.
    Non è che adesso la stessa "bolla" di euforia rischia di generarsi per il Bingo, dove magari i volumi di gioco saranno molto inferiori del previsto?
    No, il Bingo è il iglior esempio del fatto che lo Stato, e le Finanze in prima battuta, si sono accorti di aver sbagliato con le scommesse. Il Bingo non ha minimi garantiti, la distribuzione delle sale è per Province e non per Comuni, ai gestori è riconosciuto il 18,20% di commissione, mentre per le scommesse si arriva a malapena all’11%.
    Martino Cavalli

    Martedì 20 Marzo 2001

 
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