Sciopero Rinascente e Upim: al lavoro soltanto i capi

04/10/2005
    domenica 2 ottobre 2005

    pagina 8 CAPITALE/LAVORO

      Sciopero Rinascente e Upim,
      al lavoro soltanto i capi

        I dipendenti ai picchetti, i dirigenti comandati dall’azienda a vendere maglioni e rossetti. L’integrativo disdettato
        Minacce ai più deboli Anche i precari costretti a entrare, pena il non rinnovo. La nuova proprietà vuole annullare le vecchie conquiste e riscrivere le regole

          ANTONIO SCIOTTO

            «Vittorio, ci hai fatto una proposta oscena, e questa è la nostra risposta». Lo sciopero. Erano più che chiari i cartelli esposti ieri davanti alla Rinascente Duomo di Milano, dove in mattinata sono entrati circa 20 dipendenti su un totale di 200 in turno: il Vittorio dello slogan è Vittorio Radice, amministratore delegato della Grandi Magazzini Rinascente. La «proposta oscena» è l’annullamento del contratto integrativo, attuata qualche mese dopo il cambio di proprietà del gruppo (Rinascente e Upim sono passate a inizio 2005 dalla Ifil Agnelli-Auchan alla cordata Investitori associati, Borletti, Pirelli Real Estate e Deutsche Bank). Ieri, dunque, lo stop nazionale indetto da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs per l’intera giornata, riuscito molto bene: si va dal 90% toccato a Milano, Firenze e Torino, al 100% di molti punti vendita romani, fino all’80% e 90% in diverse filiali di Palermo e Catania. La sede di Milano dà l’idea dell’andamento della protesta: «Sono entrati soprattutto i capi e gli impiegati dell’amministrazione – spiega Dora Maffezzoli, segretaria generale Filcams Milano e Lombardia – L’azienda nei giorni scorsi ha attuato una politica senza precedenti, inviando una comunicazione ufficiale alle sedi, dove invitava i dipendenti amministrativi e i dirigenti a sostenere i punti vendita venerdì e sabato, per assicurare il servizio come sempre. In pratica, volevano boicottare lo sciopero». «Hanno mandato una mail a tutti gli impiegati della sede centrale – aggiunge Fabrizio Ferrazzi, della Filcams di Milano – Inoltre hanno preso molti "somministrati", quelli che una volta venivano chiamati interinali, per rafforzare le squadre di lavoro. Così tra gli scaffali c’erano solo precari e capetti». Certo la dirigenza avrà dovuto predisporre degli speciali «corsi pre-sciopero», per spiegare ai responsabili del marketing come si batte uno scontrino, come si vende un paio di boxer o un profumo. Se la saranno cavata gli addetti della contabilità a piazzare rossetti e mascara?

              Sciopero riuscito anche a Roma. Silvana Morini, segretaria generale Filcams Cgil Roma e Lazio, spiega che «la protesta è andata bene, perché la tensione nei punti vendita è ormai alta». «La nuova proprietà ha alzato il livello dello scontro – continua – Se la prendono soprattutto con il personale giovane e a termine, certamente più ricattabile. Le diverse filiali sono rimaste aperte solo grazie ai precari». La sindacalista della Cgil teme che l’azienda stia preparando un grosso piano di esuberi, avendo cominciato dalle 72 procedure di mobilità aperte di recente a Milano: «Vogliono indurre i dipendenti più anziani ad andare via, per rimpiazzarli con i giovani, meno costosi». Un vero «paradosso»: se da un lato si ventilano minacce di esuberi, infatti, dall’altro si chiedono regolarmente straordinari ai full time e ore supplementari ai part time.

                C’è poi il capitolo stagisti, lavoratori quasi gratuiti ormai disponibili alla bisogna: grazie a speciali convenzioni con scuole o università, possono essere impiegati da 4 a 24 mesi (nel caso di addetti disabili), con «rimborsi spese» che possono andare da zero a 600 euro mensili netti, a seconda delle diverse normative regionali. Da un punto vendita Upim di Torino ci fanno sapere che le commesse in stage lavorano completamente gratis, e che a fine mese (se sono state brave) vengono «ricompensate» con un bel completino in regalo. Nel ventaglio delle precarietà pret à porter ci sono anche gli apprendisti, sottoinquadrati per ben quattro anni (ma una commessa ha bisogno di tanto tempo per imparare il lavoro?). E i contratti di inserimento, sotto di due livelli per 18 mesi. Infine, i più classici contrattisti a termine, prorogabili a volontà, anche se grazie alla contrattazione guadagnano poi il diritto alla precedenza in caso di assunzioni a tempo indeterminato.

                  «Gli scioperi sono riusciti così bene perché i lavoratori sono stanchi delle minacce e degli abusi – spiega Marinella Meschieri, Filcams Cgil nazionale – La disdetta del contratto integrativo è stato un atto unilaterale che ha reso esplicito il deciso cambio nelle relazioni sindacali inaugurato dalla nuova proprietà. Vogliono più flessibilità nei turni e negli orari, e adesso parlano pure di spezzettare le aziende, smembrando la Upim dalla Grandi Magazzini Rinascente. Per noi l’integrativo deve rimanere intatto, senza tornare indietro rispetto a conquiste importanti maturate negli ultimi decenni: anzi, chiediamo il consolidamento di parte del salario variabile, e una maggiore chiarezza sul proliferare delle forme di precariato».