Sciopero «mediterraneo» anti-riforme

18/06/2002





In Italia, Spagna, Grecia sindacati in piazza quasi simultaneamente per contestare le politiche di flessibilità su welfare e lavoro
Sciopero «mediterraneo» anti-riforme
Ichino: è la prova che esistono due Europe – Brunetta: conflitto sociale perché la spesa pubblica non può più ammortizzare lo scontro
MILANO – Tra oggi e giovedì due Paesi europei vanno allo sciopero generale e uno inizia una serie di astensioni territoriali. I lavoratori pubblici e privati di Spagna, Grecia e Italia si fermeranno quasi simultaneamente per protestare contro i progetti di riforma di mercato del lavoro e pensioni messi in cantiere dai rispettivi Governi, due dei quali – Roma e Madrid – sono di Centro-destra mentre il terzo, quello di Atene, è a guida socialista. Mentre l’Europa del Trattato di Maastricht, con i suoi vincoli ai bilanci, cerca la strada per rilanciare un’economia ancora stagnante, i contraccolpi sociali e la resistenza dei sindacati diventano di dimensioni altrettanto continentali. O quasi. «È la conferma dell’esistenza di due Europe – dice Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro all’Università di Milano -: quella del Nord, con un mercato del lavoro che funziona meglio, quella mediterranea, dove tale mercato funziona peggio, è più "pericoloso" per i lavoratori». E le rigidità sono maggiori nel sistema come nei sindacati. Proprio in questa fascia mediterranea, continua Ichino, «si determina un circolo vizioso: maggiore protezione della stabilità del posto di lavoro, quindi maggiore vischiosità del mercato, tasso più alto di disoccupazione di lunga durata e di lavoro irregolare, minore produttività, economia più debole, maggiore domanda di protezione». Per spezzare il circolo il cambiamento deve essere a 360 gradi e investire risorse per gli ammortizzatori sociali, altrimenti «è ben difficile che i sindacati siano disposti a scommettere sulla riforma». «Il conflitto sociale si fa più acuto – commenta l’economista Renato Brunetta, parlamentare europeo di Forza Italia – perché i cambiamenti sono più veloci e non esiste più il ruolo di ammortizzatore sociale della spesa pubblica. E i sindacati diventano "conservatori"». Da quando insomma gli Stati devono fare i conti con il rapporto disavanzo-Pil, sostiene Brunetta, i Governi, di destra o di sinistra, non possono più usare il deficit-spending in funzione di ammortizzatore nelle fasi di trasformazione, sicché «prevale la scorciatoia del conflitto». Siamo nel mezzo di un passaggio delicato, osserva invece Emilio Gabaglio, segretario generale della Confederazione sindacale europea, in cui «i sindacati reagiscono con un unico filo conduttore» a riforme che tentano di «ridurre il quadro delle garanzie». È questione in primo luogo di forma: «Sono riforme decise in modo unilaterale, senza la concertazione in grado di trovare un equilibrio con le esigenze sociali» sottolinea il sindacalista. Se i Governi europei, progressisti o liberal, andranno avanti così, conclude Gabaglio, «le risposte saranno sempre più coordinate e comuni». E secondo il sociologo Aris Accornero, «è utile che si manifesti una certa intesa sindacale a livello europeo per avviare la costruzione di parti normative comuni». Gli scioperi, aggiunge, mostrano «che la parola riforme non è la bacchetta magica per mettere in riga i sindacati». Ma vediamo in dettaglio le agitazioni europee più rilevanti. Spagna. Il 20 sarà paralisi totale, proprio alla vigilia del vertice europeo di Siviglia. In Spagna i sindacati, che negli anni scorsi hanno appoggiato le riforme del premier José Maria Aznar sulla flessibilità del lavoro, sono ora sul piede di guerra per la progettata revisione del sistema di protezione della disoccupazione e dei licenziamenti individuali. Le trattative si sono interrotte e giovedì, lo stesso giorno in cui iniziano le astensioni territoriali indette dalla Cgil in Italia (si veda l’articolo pubblicato qui sotto), nella penisola Iberica sono a rischio anche i servizi essenziali. Sindacati e Governo non hanno raggiunto un accordo neppure su questo punto, anzi ieri i leader sindacali hanno reagito con durezza alla disposizione firmata dal ministro dei Lavori pubblici che interviene nel settore dei trasporti. Grecia. Oggi è sciopero generale in risposta al progetto del premier socialista Kostas Simitis di rivedere il sistema delle pensioni. La Confederazione dei lavoratori greci chiede che i trattamenti siano fissati all’80% della retribuzione invece che al 70% ipotizzato dal Governo e inoltre si oppone all’innalzamento da 35 a 37 degli anni di servizio per il collocamento a riposo. Le riforme sono necessarie, sostiene invece l’Esecutivo, per consentire la sopravvivenza dei fondi pensione a fronte dell’invecchiamento della popolazione: il disavanzo pensionistico rappresenta il 12% del Pil. Germania. È la prima volta degli edili dalla fine della seconda guerra mondiale: ieri quasi 10mila hanno scioperato a sostegno della vertenza contrattuale mentre tra i dipendenti delle banche è scattato un referendum per decidere l’astensione dal lavoro.

Roberta Miraglia

Martedí 18 Giugno 2002