Sciopero generale, quattro ore il 25 giugno

10/06/2010

La decisione è presa: la Cgil va allo sciopero generale il 25 giugno. È la risposta del più grande sindacato italiano alla manovra correttiva del governo, 25 miliardi di tagli certi (una scure soprattutto su pubblico impiego, enti locali e pensioni) e entrate «stimate» (tramite una «lotta all’evasione fiscale» difficilmente credibile per un premier con quella storia alle spalle).
Il direttivo nazionale della Cgil ha preso la decisione all’unanimità. Quanto alle modalità, lo stop sarà di 4 ore nel settore privato e di 24 in quello pubblico, con manifestazioni su base regionale o territoriale. Le «quattro ore» vanno intese come la durata minima. E infatti Antonio Lareno, segretario della Camera del lavoro di Milano, ha già annunciato che «prolungheremo lo sciopero, pertanto a Milano e in Lombardia sarà di 8 ore e non di 4 ore come inizialmente stabilito dal comitato direttivo della Cgil nazionale per il resto del paese». In più, «AMilano organizzeremo un corteo, una grande manifestazione del lavoro pubblico e del lavoro privato contro la manovra del governo, cui ci aspettiamo partecipino tra le 50 e le 100mila persone e che andrà da piazza Venezia a piazza del Duomo». Sembra evidente che sia in molti luoghi sia molto sentita l’esigenza di «dare una risposta forte e visibile »; e che quindi i «prolungamenti»
saranno più d’uno. Sul piano politico, la decisione cade in un quadro di relazioni industriali molto teso – la discussione su Pomigliano d’arco investe direttamente il sistema dei diritti e le regole contrattuali consolidate – e con un governo più che indifferente di fronte alle manifestazione di dissenso. Ancora ieri la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha dichiarato che «la Cgil è libera di proclamare sciopero quando vuole,ma se c’è un difetto nella manovra è che i tagli dovrebbero esser ancora di più». Difficile insomma cercare di giocare su presunte contraddizioni tra le imprese e l’esecutivo. Anche sul piano sindacale le cose non vanno benissimo. Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, ha continuato ad insultare singoli dirigenti della Cgil per coinvolgerli alla fin fine tutti («Farebbe bene a tenere a bada il suo infante malato (la Fiom, ndr) che lo sta trascinando in un gorgo non sindacale, da tempo». E questo nonostante un congresso tutto giocato sulla scelta di «rientrare ai tavoli di contrattazione» (dopo lo strappo con Cisl e Uil, nel gennaio 2009, sulla «riforma del modello contrattuale»). La scelta dello sciopero generale, dunque, risponde intanto a un’esigenza reale dei lavoratori, fin qui aggrediti da ogni lato (licenziamenti, riduzione dei diritti, allungamento dell’età pensionabile, blocco salariale, riduzione dei servizi sociali, ecc) e senza una reazione collettiva visibile. Ma risponde anche alla necessità dell’organizzazione di far pesare la propria presenza nelle relazioni industriali.
Il direttivo che si è concluso ieri ha visto anche la conferma delle scelte della mozione «La Cgil che vogliamo», uscita battuta dalla conta congressuale. Va alla costituzione dell’«area programmatica », come previsto dalle regole statutarie, in modo da poter usufruire degli spazi di discussione interna. La formalizzazione dell’area avverrà nell’autunno, ma il percorso è ormai delineato. Il prossimo appuntamento è fissato al 6 luglio, a Roma, con un’assemblea dei delegati aderenti. Definiti anche i criteri guida: un’organizzazione democratica e non «verticale
», decisioni con largo consenso e senza «disciplina centralistica», centralità della battaglia interna «sui contenuti » e fuori da ogni «intento spartitorio ». Duro, infine, il giudizio sulla linea uscita vincente a Rimini, in maggio: «mai un congresso è stato tanto ininfluente quanto fallace: le ampie disponibilità offerte a governo, Confindustria, Cisl e Uil hanno lasciato inalterato il quadro sindacale».