Sciopero generale per una svolta nel Paese

25/11/2005
    venerdì 25 novembre 2005

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    Sciopero generale per una svolta nel Paese

    Sotto accusa ci sono i quattro anni di governo del centrodestra che ha cercato
    di mettere in un angolo il mondo del lavoro. L’inganno del Patto per l’Italia

      di Bruno Ugolini / Roma

        SCELTE SBAGLIATE – Sarà uno sciopero-bilancio. Perchè le donne e gli uomini che parteciperanno oggi ai cortei di Milano, di Roma, di Reggio Calabria, di decine di città d’Italia non potranno non ripercorrere nella loro mente i quattro anni del governo di centro destra. Come un film malriuscito, costellato di tanti scioperi e cortei e di tante ingiustizie.

        Altro che «Dolce vita addio», come ha intitolato la propria inchiesta il britannico Economist, puntando il dito sulla crisi italiana e su un presumibile ceto di agiati cittadini. I manifestanti potrebbero semmai definire la propria come una vita amara. Perché, in questo film del quadriennio, il lavoro è stato costretto in un angolo. E con esso le imprese possibili produttrici di ricchezza. Hanno tutti sostato nelle anticamere di Palazzo Chigi. Con governanti che parlavano di dialogo sociale e poi decidevano come volevano, ignorando gli interessi generali.

          Tutto era cominciato, è bene ricordarlo, con un pomposo patto per l’Italia non accettato dalla sola Cgil. Perchè lo aveva considerato un trucco e, infatti, tale si è in larga misura rilevato. E quando ci si è accorti dell’inganno è stata ritrovata l’unità sindacale. Qualcuno in queste ore enumera gli scioperi effettuati. Cinque? Sei? Difficile fare i conti, perchè accanto ai momenti unitari con Cgil, Cisl e Uil bisognerebbe contare gli scioperi indetti dalla sola Cgil e, insieme, quelli voluti da grandi organizzazioni di categoria come il pubblico impiego, i pensionati, i metalmeccanici (alla vigilia di un altro appuntamento il 2 dicembre), i lavoratori della scuola.

            Anche qui la memoria aiuta a ripercorrere le immagini. Come quelle che mostrano una Roma invasa da una folla immensa. E’ il 23 marzo 2002 e la Cgil di Cofferati guida la battaglia per i diritti, per impedire la manomissione di una norma dello Statuto dei lavoratori contro i licenziamenti facili. Un tema che rientra poi nello sciopero generale unitario del 16 aprile. Qui le motivazioni sembrano evocare le «periferie sociali» di cui tanto si parla oggi, visto che denunciano una politica che favorisce «un modello di società e di stato sociale dove le diversità di trattamento rischiano di allargare l’area delle esclusioni e delle emarginazioni sociali». E il 18 ottobre 2002, la Cgil ritorna in campo e dichiara che «il Patto per l’Italia era sbagliato e inutile… a poco più di due mesi dalla sua firma si è sfaldato…».

              E’ lo stesso sindacato che pochi mesi più tardi, il 21 febbraio 2003, sotto la parola d’ordine «l’Italia non si rassegna al declino», organizza un’astensione nell’industria. Ma gli eventi incalzano e l’unità con Cisl e Uil pare ricomporsi. Insieme manifestano contro l’intervento militare in Iraq il 20 marzo del 2003. E poi ecco lo sciopero generale del 24 ottobre. E’ anche una risposta a Silvio Berlusconi che dagli schermi televisivi, a reti unificate e non dopo un confronto con i rappresentanti degli interessati,annuncia la sua controriforma delle pensioni. Una protesta ampia che si ripete un anno dopo, il 30 novembre del 2004, di fronte ad una legge Finanziaria che contiene misure fiscali considerate punitive per chi lavora. Ed ora siamo al 25 novembre del 2005.

                Stessa scena, stessa discesa in campo. Un giornale di destra, Libero, ha scritto che sono state effettuate oltre 35 milioni di ore per scioperi «politici». Già: politici. E’ l’accusa che vuol essere infame e che cala come una scure su milioni di persone che saranno oggi nelle piazze, considerate burattini manovrati da Epifani, Pezzotta e Angeletti. Tutte mosse da questioni ideologiche. Non per la mancata restituzione del fiscal drag, non per i tagli a comuni e province, non per i tagli al Mezzogiorno, non per gli anziani privati dei fondi per la non autosufficienza, non per l’assenza di una politica industriale capace di fronteggiare la crisi, non per l’assenza di misure idonee a governare prezzi e tariffe.

                  Certo molti dei manifestanti di oggi saranno anche animati da un non celato desiderio di vedere almeno gente più seria al governo. Prendete i 17 milioni di anziani accusati dal presidente del Consiglio di usufruire di mance per andare sui tram a fare da galoppini elettorali a favore dei partiti di sinistra. O prendete i lavoratori dello spettacolo, cineasti e teatranti che si propongono di dar vita ad un’esecuzione simultanea della Messa da Requiem di Verdi, quale «de profundis» simbolico. O prendete i lavoratori del pubblico impiego che allungheranno lo sciopero a otto ore perché senza la certezza dei contratti mentre è sicuro il licenziamento di centomila colleghi precari. O prendete i lavoratori dei trasporti che denunciano scelte nefaste per trasporti urbani, ferrovie, porti, autostrade, porti. Con gravi danni per gli utenti. Prendete, infine, i lavoratori calabresi anche loro decisi ad estendere lo sciopero a otto ore.

                  Non intendono assistere inerti all’escalation criminale dopo l’assassinio del vice presidente del Consiglio regionale Fortugno e coniugano legalità e sicurezza, lotta alla mafia ed esigenza di una politica di sviluppo. Hanno scritto che con la legge finanziaria e con la legge sulla devolution «c’è il serio rischio di affondare il Mezzogiorno».

                    Tutto questo è ideologia e politicismo? O non sono ragioni concrete per tornare in piazza? Per parlare al centrodestra ma anche a quell’Unione che in questi giorni dibatte sul «che fare» programmatico. Non basterà la solidarietà agli scioperanti. In quei cortei, in quelle voci ci sarà una priorità da riconoscere non a parole ma nei fatti: restituire un ruolo degno al lavoro e al suo futuro.