Sciopero generale, contro il governo

11/03/2004


  Sindacale


11.03.2004
Sciopero generale, contro il governo
di 
Felicia Masocco


 Sciopero generale di quattro ore venerdì ventisei marzo, l’assemblea dei delegati e quadri di Cgil, Cisl e e Uil lo ha indetto per acclamazione accogliendo la proposta che Epifani ha avanzato anche a a nome di Pezzotta e Angeletti. Scuola, sanità e pubblico impiego sciopereranno per l’intera giornata e in contemporanea si fermeranno i lavoratori aderenti all’Ugl, il sindacato di area An, e alla Cisal. Domani invece toccherà ai sindacati di base della Cub. È un en-plein di «no» alla politica economica del governo e alla sua riforma delle pensioni. Ed è una risposta inequivocabile a chi come il ministro Maroni ancora ieri da un lato si compiaceva che lo sciopero non fosse «solo» contro le pensioni, dall’altro – ineffabile – affermava che il documento di Cgil, Cisl e Uil contiene anche delle proposte «cui il governo ha il dovere di dare una risposta». Risultato: la richiesta dal ministro al premier di un incontro con i sindacati. E da Berlusconi subitanea la risposta: «Sono pronto ad incontrarli prima del 26 marzo».

Per chi non se ne fosse accorto, la campagna elettorale è cominciata. Confidando nella pessima memoria degli italiani evidentemente Roberto Maroni spera che nessuno ricordi come molte delle proposte contenute nella piattaforma di Cgil Cisl Uil siano state presentate all’esecutivo nei mesi scorsi e a più riprese senza che nessuno le prendesse in considerazione. Perché? si è chiesto ieri Pezzotta dal palco del Palalottomatica «perché le nostre proposte evidenziano una realtà che non si vuole né affrontare né gestire». «Sorprende – ha osservato in proposito Epifani – che ancora ieri il presidente Berlusconi abbia continuato a raffigurare un Paese che non esiste».

Il sindacato starà in campo da subito con assemblee nei luoghi di lavoro e poi ancora per almeno due mesi, manifestazione dopo manifestazione. L’obiettivo è ottenere una «svolta radicale» ha detto Epifani, «la otterremo con i tavoli e con le lotte. Nel modo e nella capacità con cui sapremo stare in campo e rappresentare le nostre ragioni, dipenderà una parte importante del futuro dell’Italia e dello stesso sindacato confederale». Tentare di stanare la politica dall’inerzia dimostrata finora, dall’ignavia con cui ha affrontato i problemi reali del Paese. Il «vuoto ottimismo» del governo non ha portato da nessuna parte è stata la sintesi di Pezzotta, «siamo stanchi di promesse, una dopo l’altra e tutte non mantenute».

Durissimo il leader della Cisl, il suo intervento racconta bene non solo come il governo abbia sbagliato politica economica producendo quel declino che da sola e inascoltata la Cgil denunciò per mesi. Ma il fallimento del governo sta anche nel non aver saputo tessere alcunché con le forze sociali, con la Cisl, con la Uil, ad esempio, che pure con Berlusconi erano andate a patti. A sentire ieri Pezzotta e Angeletti il Patto per l’Italia sembra un residuato dell’era giurassica.

Oggi la rappresentanza sociale, il sindacato di nuovo unito, sfida la rappresentanza politica. Oltre agli elementi di merito, tutti imperniati sulla grave crisi economica con cui fanno i conti le persone che il sindacato rappresenta, è questo richiamo al governo, al Parlamento e ai partiti che caratterizza la nuova fase del sindacalismo confederale. E si tratta di «solleciti» che le confederazioni inviano alla vigilia di un importante appuntamento elettorale.

Lo fanno unite, un anno fa nessuno ci avrebbe scommesso. «Veniamo da anni di divisioni, che hanno diviso non solo i dirigenti e i quadri, ma anche i delegati e i lavoratori», ha detto Guglielmo Epifani nel suo intervento all’assemblea molto condiviso e apprezzato dal responsabile Lavoro dei Ds Cesare Damiano. Eppure – ha continuato il leader della Cgil – «nei mesi scorsi abbiamo ricostruito convergenze e un quadro di iniziative unitarie».

Nel suo intervento Epifani ha censurato come responsabilità gravi «l’aver attuato una politica fiscale che ha premiato i più ricchi e, con i condoni, chi non ha pagato le tasse», e poi «non aver neanche provato a contrastare la dinamica abnorme di prezzi e tariffe». In questo modo il governo «ha ripudiato una corretta politica dei redditi e stimolato una distribuzione diseguale che ha colpito anche il ceto medio». Il risultato è che «siamo un paese fermo, con un’inflazione che sale, con un’occupazione più precaria, e con la crescita di diseguaglianza». E con una nuova questione salariale da affrontare, le retribuzioni devono aumentare. Epifani ha chiesto che il governo rinunci ad «ogni suggestione e cultura liberista» e ripristini il ruolo «dell’azione pubblica» a tutti i livelli. Si tratta di generare investimenti, quelli che avrebbero dovuto esserci se ci fosse stato il famigerato «miracolo economico»: «Ci hanno detto che bastava ridurre le spese sociali, ridurre le tasse e i vincoli alle imprese per averlo», ha accusato Luigi Angeletti, «invece il Paese si è fermato perché la ricetta era sbagliata». Nessun miracolo, solo chiamate in correità delle massaie, «invitate a fare il giro dei mercati – ha affermato Savino Pezzotta citando Marx a modo suo -. Non si può dire, massaie di tutto il mondo unitevi. Occorre agire».