Sciopero generale col freno tirato

12/03/2010

E’uno sciopero generale. Questo dato di fatto va registrato, intanto, perché cade in un momento in cui di iniziative «generali » – quindi di fatto politiche – non ce ne sono molte. Le cronache sono piene di operai e ricercatori che salgono sui tetti, si barricano in azienda, volantinano in ogni dove. Ma ogni azienda per conto proprio, comese chi dovrebbe per mestiere mettere in comunicazione tutto questo disagio in movimento stesse pensando
a tutt’altro. Oggi la Cgil – da sola – lancia un segnale. Al governo sordo per scelta, all’opposizione parlamentare preoccupata soltanto di sé, ad altri ancora.
Ha scelto di farlo in forma ridotta – quattro ore per il settore privato, otto per il pubblico impiego e i bancari, altrettanto per le farmacie – e con notevoli problemi di comunicazione. Il monitoraggio dei Tg e Gr Rai – di quelli Mediaset è inutile parlare – condotto da RadioArticolo1 è chiarificatore. In 36 edizioni in tre giorni, nelle fasce di massimo ascolto delle varie testate, la notizia dello sciopero è stata data appena 9 volte (compresi due «passaggi» di ben 5 e 10 secondi), con solo quattro servizi della durata di un minuto e mezzo.
E’ noto che gli scioperi di mezza giornata mettono in conto una partecipazione ridotta alle manifestazioni; ma del resto risulta difficile «persuadere » i lavoratori a buttar via un’intera giornata di paga in piena crisi, magari in una delle settimane non coperte dalla cassa integrazione. La piattaforma, in ogni caso, non risulta particolarmente mobilitante («lavoro, fisco, cittadinanza»; ma in altri comunicati si parla di «immigrazione») per evidente scarsità di concretezza. Una domanda: «quanto» fisco in meno (il 2, il 4, il 10%)? Da ogni percentuale escono in busta paga salari differenti. E, comunque, la cosa non riguarda chi il lavoro non ce l’ha. E’ vero che la candidata segretaria generale della Cgil – Susanna Camusso – ha detto di «aspettarsi risposte sulla tutela del lavoro, come l’aumento dei massimali della cassa integrazione, una norma per i collaboratori che tuteli veramente il loro reddito». Ma è più che prevedibile una risposta mancata, accompagnata magari da insulti e sfottò a là Brunetta.
Problemi, certamente, addirittura meno decisivi dell’attacco all’art. 18 sferrato dal governo con il «collegato lavoro» e l’imposizione dell’«arbitrato » al posto del ricorso al giudice del lavoro. Anche su questo la reazione dell’attuale segreteria confederale appare tutto sommato incerta; ancora una settimana fa la Camusso dichiarava al nostro giornale che «per qualcuno il tema dell’articolo 18 sarà prioritario, per qualcun altro la priorità sarà magari la vertenza nella propria azienda…». Insomma un problema fra tanti, non la bomba atomica fatta esplodere sotto i contratti nazionali e il ruolo dei sindacati confederali. Negli ultimi giorni, fortunatamente, questo tema è diventato centrale e – probabilmente – oggi nelle piazze se ne potrebbe vedere un segno. Il segretario generale, Guglielmo Epifani, parlerà a Padova, perché nel veneto leghista la crisi ha morso più ferocemente che altrove (250.000 lavoratori coinvolti incassa integrazione, mobilità, licenziamenti, mancato rinnovo dei contratti (i precari sono stati falciati via in un attimo, senza alcun ammortizzatore sociale, seguiti dai migranti e dai dipendenti di artigiani e piccolissime imprese). Al Sud non va davvero meglio. E solleva dubbi colossali l’annuncio – fatto in questi giorni dal governo – di una «banca del sud». Per Vera Lamonica, segretaria confederale con delega al Mezzogiorno, «la presentazione in piena campagna elettorale di questa banca conferma tutti i dubbi che avevamo espresso su uno strumento di cui non appaiono chiari né la struttura né gli scopi». Tutto giusto naturalmente: e forse non sarebbe stato male fare qualcosa di più incisivo.