Sciopero generale CGIL: le piazze di Bologna, Milano, Torino, Bari, Roma

16/12/2008

Il MANIFESTO – 13 dicembre 2008

Bologna Antonio Sciotto

In 200 mila sfilano a Bologna. Epifani: se non si agisce ora la crisi sarà devastante. E a Cisl e Uil: sulla scuola c’è stata una mezza marcia indietro. Ecco a cosa serve uno sciopero
La pioggia non scoraggia chi è sceso in piazza: tre lunghi cortei si snodano trai portici di Bologna, scorrono fiumi di ombrelli e bandiere della Cgil. Operai in cassa integrazione, pensionati, precari. Insegnanti, infermieri, dipendenti del commercio e delle industrie alimentari. Chimici, edili, tanti volti di immigrati. Operatori dei cali center, studenti dell’Onda. Il Paese è in gravissima difficoltà, lo dicono i cassintegrati che questo mese prenderanno 700 euro, o i giovani (e non so­lo) che per la prima volta non vedranno busta paga, dopo anni di precariato: ma vogliono es­sere per strada, si canta e si balla sotto gli im­permeabili, per resistere al freddo.
Un faccione di Berlusconi in cartapesta è arrivato dal carnevale di Viareggio: ride a tutti denti e indossa un copricapo papale. La scuo­la non dimentica: “Per noi ci sono volute setti­mane di mobilitazione, e alla fine Gelmini ha fatto un mezza passo indietro – dice la porta­voce dell’Assemblea genitori e insegnanti di Bologna – Per le scuole private, invece, i soldi li hanno trovati in 24 ore: sono bastate le pro­teste di un vescovo”.
C’è anche un pupazzo di Brunetta, e una Gelmini scolaretta, con i classici occhialetti da secchiona, il grembiulino candido e un fioccone rosa. La crisi si esorcizza con un sor­riso, ma dagli sguardi si intuisce che questo Natale non sarà come quelli passati. “Per la prima volta c’è il terrore di perdere il posto, e di non trovarne un altro – interpreta il segreta­rio Guglielmo Epifani dal palco montato in Piazze Maggiore – Pensiamo ai tanti ragazzi che negli anni scorsi sono venuti al Nord dal Mezzogiorno: adesso dovranno fare le valigie e tornare a casa, senza prospettive. Pensiamo ai 112 precari della Maserati di Modena, che ieri hanno saputo che non verranno rinnovati: sono il simbolo di quello che sta accaden­do, e governo non fa nulla».
“Siamo in duecentomila”. Ci sono voluti ol­tre 600 pullman e due treni speciali per fare ar­rivare i lavoratori da tutta la regione. L’elenco delle fabbriche presenti e dei posti di lavoro non può che essere parziale: Saeco, Magneti Marelli, Ducati di Bologna; Interpump, Meta System, Coopbox di Reggio Emilia; l’Ospedale Maggiore, la Barilla di Parma; la Flc, la Fil­cams, lo Spi, la Funzione pubblica di Piacen­za. Rosalba, precaria dell’Ospedale di Parma, parla dei tanti dipendenti pubblici che dal 1 luglio 2009 rischiano di essere messi alla por­ta, dopo 10 o 15 anni di contratti a termine, a causa delle “riforme” varate da Brunetta. Sa­ra, della Tecnogas di Reggio Emilia, ricorda la condizione di tantissimi immigrati, che senza posto di lavoro possono perdere il permesso di soggiorno, e ricorda l’appello della Cgil: il governo sospenda per due anni la Bossi-Fini. Ci sono anche centinaia di studenti dell’On­da, il cui intervento viene cancellato all’ulti­mo momento a causa della pioggia: spiegano che le lotte per i servizi pubblici, la ricerca, la scuola e il lavoro devono marciare insieme. In piazza c’è Pierluigi Bersani, del Pd. Prima che parli Epifani, si osserva uri minuto di silenzio per le vittime sul lavoro.
Epifani indossa una sciarpa regalatagli dal­la Fiom di Bologna: rossa e blu, come i colori della squadra cittadina. All’inizio del suo inter­vento ricorda Alexis, il quindicenne greco uc­ciso dalla polizia, ed esprime la solidarietà del­la Cgil “al sindacato e alla democrazia greca”. Poi si rivolge a Berlusconi: “Occupati del Pae­se – dice – perché se non si agisce adesso, la crisi sarà devastante. Sono 400 mila I lavorato­ri in cassa in tutta Italia, 180 le imprese nella sola Bologna: e il peggio deve ancora arrivare. L’adesione al 50% di Mirafiori, alla vigilia del la chiusura di tutti gli stabilimenti Fiat per un mese, è il segno della gravità della situazio­ne”.
Il segretario chiede: “Ma perché il governo non fa nulla per gli ammortizzatori e il soste­gno ai redditi? E dire che proprio il lavoro di­pendente, nell’ultimo anno, mentre si allenta­va la lotta all’evasione fiscale, ha pagato 8 mi­liardi di tasse in più a causa del drenaggio fi­scale. Non si potevano detassare le tredicesi­me? E ai pensionati, perché dare bonus e so­cial card, che suonano come beneficenza?”. “Berlusconi – continua Epifani – dice di aver investito 80 miliardi contro la crisi: poi diven­tano 16, e poi 6. E oggi, facendo i conti, sco­priamo che non ha investito un solo euro: mentre in tutti gli altri paesi si stanziano grosse cifre”,
Alla Confindustria, il segretario dice: “Mi stupisco: pure loro dovrebbero avere interes­se a chiedere investimenti, sostegno alla do­manda e alle imprese”. Un pensiero anche per il Testo unico sulla sicurezza «Il governo e le imprese non lo tocchino, le sanzioni devo­no essere mantenute». Infine, un messaggio a Cisl e Uil: Avremmo voluto che questa prote­sta fosse stata unitaria, ma noi siamo convinti di essere nel giusto. Si è visto come Gelmini abbia fatto una mezza marcia indietro e que­sto grazie alla grande manifestazione del 30 ottobre, alla mobilitazione dei giovani. Ecco a cosa serve lo sciopero, e più avanti si scoprirà che è servito anche quello di oggi”.

MILANO – Manuela Cartosio
A Milano 50 mila insieme alla Cgil
“Da oggi è più difficile per tut­ti parlare di isolamento della Cgil”. Il Segretario Nino Baseotto commenta soddisfatto le cifre dello sciopero in Lombardia. 13 manifestazioni, 120 mila partecipanti ai cortei, adesioni allo sciopero più che doppie, in molti casi triple o qua­druple, rispetto al numero degli iscritt­i alla Cgil.
Attorno all’80% le adesioni trai col­letti blu delle fabbriche metal meccani­che (Same di Treviglio, Beretta di Gar­done Valtrompia, Whirlpool di Varese, Candy di Brugherio). Fermo totale al­l’acciaieria della Tenaris Dalmine, do­ve martedì scorso un infortunio ha uc­ciso un giovane interinale. l nastri neri sulle bandiere e un minuto di silenzio prima dei comizi hanno ricordato le vittime sul lavoro (132 in Lombardia dall’inizio dell’anno), Buone le adesioni nel settore tessile, concentrato nelle provincie di Como e di Bergamo e investito dall’ennesima crisi. Si scende al 60% nel commercio (Rinascente, Carrefour, Auchan). Nel pubblico impiego, con l’eccezione del Comune di Sesto San Giovanni che ha scioperato al 90%, la Cgil lombarda ammette adesioni più contenute rispetto all’industria (comunque cinque spanne più alte del 7% misurato da Brunetta.
5 mila manifestanti a Bergamo e a Varese, 10 mila a Brescia, 50 mila a Mi­lano (dove in piazza Castello ha parlato la segretaria nazionale Morena Piccini). Il corteo milanese ha restituito l’immagine di uno sciopero davvero generale. Quel che resta dell’industria,. con in testa i quaranta operai «sloggia­ti» l’altro ieri dall’Innse, dopo mesi di presidi ai cancelli. Poi scuola, traspor­ti, poste, commercio, sanità, teatri, bancari, enti locali.
Un corteo punteg­giato dai palloncini della Fillea con la scritta “+salari-irpef=diritti per tutti” e dalle bandiere gialle della Rete scuole. Sul loro striscione un groppo di inse­gnanti aveva attaccato la nostra prima pagina di ieri con la foto della Gelmini e il titolo «Bocciata». Ma prima di fe­steggiare, ci hanno detto in molti, “vo­gliamo vedere le cose scritte nero su bianco”.
Su qualche striscione le sigle Cisl e Uil erano coperte da tratti di pennarel­lo nero. Ma su molti i nomi dei «cugi­ni» assenti erano ben leggibili. Un me­tal meccanico si è giustificato così: “Noi operai siamo poveri, non possia­mo farci uno striscione diverso per ogni sciopero. Vorrà dire che se ci fan­no la fotografia copriremo con le mani i nomi della Fin, e della Uilm”.
E’ stata una manifestazione segnata dalla preoccupazione, con la consape­volezza che il peggio deve ancora arri­vare. Si prevede che entro la fine dell’ anno in Lombardia saranno 100 mila i lavoratori in cassa integrazione ordi­naria. Tre mesi fa erano 50 mila tra cig ordinaria e straordinaria. A novembre erano saliti a 72 mila (oltre il doppio rispetto a un anno fa).
Il settore più colpito è quello metal meccanico dove la cig ordinaria è già scattata per 30 mila addetti. In sofferenza anche i settori chimico e tessile con 10 mila addetti in cassa. Nel commercio 1.200 addetti sono in mobilità (un numero destinato a salire se le vendite natalizie languiranno). Le imprese in crisi, che a settembre erano 669, alla vigilia dello sciopero superavano quota 1.400. Le preoccupazioni maggiori sono per i lavoratori «atipici» e precari, privi di ammortizzatori sociali. In Lombardia sono 1 milione e 300 mila (circa un quinto degli occupati). La Cgil regionale teme che la crisi ne metta a rischio almeno 180 mia. E stima che tra i lavoratori a contratto a tempo indeterminato siano a rischio 120 mila persone. Sommati, sono 300 mila posti di lavoro che ballano.
Mescolando ferie e cig, molte aziende chiuderanno il 15 dicembre e riapriranno (si spera) il 15 gennaio.

TORINO – Mauro Ravarino

Tanti cassintegrati, ma non rassegnati
Davanti, trovi i volti della fatica. Pochi sorrisi: rabbia, non rasse­gnazione. Dietro, il rumore, an­che gioioso, degli studenti, a fian­co degli operai. In questa lotta che riguarda tutti, Cinquantamila al corteo della Cgil, per chiedere più sostegno al reddito, all’ occu­pazione, meno tasse e più salari. Tre palle di neve (di un metro di diametro) simboleggiavano pro­prio la “valanga” di questa crisi. Di cui Torino, ex capitale dell’auto, è l’epicentro.
Dopo Motorola, Fiat, Dayco, Michelin, Bertone, Pìrelli e Pininfaria, anche le aziende che fino a metà 2008 sembravano immuni dai guai, an­nunciano 11 settimane di ulterio­re cassa integrazione. E’ il caso della Cnh di San Mauro, che pro­duce macchine movimento terra e ha 700 dipendenti. “A settembre – racconta Giovanni Demutrtas, rsu Fiom – siamo passati dagli straordinari alla cassa: 14 settimane. E ora la nuova doccia fredda, che toccherà 667 dipen­denti da metà gennaio”.
A Torino la cassa integrazione riguarda 554 aziende e coinvolge più di 35 mila lavoratori; mentre sono 5 mila i precari che hanno perso il posto di lavoro. Ci sono poi ditte che utilizzano le ferie collettive per far fronte alle ferma­te programmate, come la Comau. E i numeri continuano a salire. In Piemonte gli ultimi dati Inps sulle ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate, a novembre regi­strano un +103% rispetto allo stesso mese del 2007. Si parla di 45 mila persone coinvolte in tutta la regione. “Nonostante i sacrifici a cui sono costretti i lavo­ratori, le assemblee nelle aziende metal meccaniche sono stata mol­to partecipate” precisa Giorgio Airaudo, segretario Fiom di Torino.
Come a Mirafiori, dove ieri si lavorava (50% adesione allo sciopero). Sergio Forelli è operaio alle Carrozzerie (da dove esce la Mi­to). “Siamo costretti a due settimane al mese di cassa e la situa­zione è tesa. Nel 2002, con gran parlare delle istituzioni, si era detto che sarebbe arrivata una quota della produzione della Grande Punto. Nessuno l’ha vi­sta. E ora, oltre alla crisi dobbia­mo fronteggiare un assalto da parte di Confindustria e governo agli assetti contrattuali, con il benestare di Cisl e Uil.
Uno degli spezzoni più numerosi è quello della Funzione pubblica, seguito dai pensionati.
Quelli che faticano ad arrivare a fine mese. “Ho tre figli precari, che non rie­scono a staccarsi da casa, e una pensione da 1200 euro, dopo 39 anni in fabbrica” spiega. Michele Di Benedetto che tiene una ban­diera con il logo del Che: «II rivoluzionario che ci servirebbe”.
Alla Streglio, azienda di cioccolato, i 60 dipendenti sono in cassa da 10 settimane a rotazione. La banca di riferimento avrebbe blocca­to gli stipendi di novembre In pagamento dal 7 dicembre. “Tra di noi – dicono i delegati – molti sono a monoreddito”.
Alte le adesioni allo sciopero, soprattutto nel settore industria­le, intorno all’8O%. Airaudo commenta: “C’è una forte rappresentanza del mondo del pubblico impiego e dei lavoratori me­talmeccanici, ovvero del lavoro dipendente, sceso In piazza con­tro la crisi e contro Confindustria, che vorrebbe cancellare la rappre­sentanza sindacale dai luoghi di lavoro”.
Enrico Panini, segretario nazionale Cgil, dal palco di piaz­za Castello, parla, invece, della Fiat: “Le dichiarazioni di Mar­chionne su una possibile vendita sono molto preoccupanti. Tutto questo non può essere sottovalu­tato e il governo se ne deve occupare”
Gli studenti dell’assemblea No Gelmini hanno «sanzionato» una banca in via Po, bloccandone l’ ingresso. E si sono diretti con i Cobas all’Unione industriale. In­cendiati anche alcuni pneumati­ci: “La puzza della crisi”. Prote­sta, infine, contro il consolato greco per i fatti di Atene.

BARI – Ornella Bellucci

30.000 in piazza; no ad accordi separati
La Puglia in corteo, a cominciare dall’Ilva
Sono stati oltre 30 mila i lavoratori pu­gliesi che ieri hanno aderito ai due cortei indetti dalla Cgil a Bari per lo sciopero generale. Per i diritti, per il sala­rio, per le pensioni. C’erano anche dipen­denti dell’Ilva di Taranto, parte dei quali protagonisti, 24 ore prima, di un altro scio­pero. Proclamato da Fiom, Fin e Uilm per le aziende d’appalto operano in alto ­forno. Teatro, 48 ore, prima dell’ultimo in­fortunio; quello che ha ucciso Paurowicz Zlgmuntjan, precipitato nega gola di un al­toforno inattivo da 15 metri d’altezza. Le adesioni allo sciopero nell’indotto sono state del 90%, tra i diretti del 70.
Da qualche tempo i morti all’ Ilva di Taranto si concentrano nell’appalto. Sono stati sei nell’ultimo biennio. E’ in quel bu­dello melmoso, fatto di un centinaio di dit­te e almeno 4000 lavoratori, che cerca di spingersi l’azione sindacale. E non è sem­plice. Rocco Palombella, segretario della Uilm provinciale, spiega: “Nel momento in cui abbiamo garantito una serie di tute. le ai lavoratori, l’ Ilva – anziché continuare ad assumere – ha terziarizzato le attività. Nel terziarizzarle, ha spostato sull’indotto una serie dì lavorazioni che, oltre ad esse­re a basso contenuto professionale, sono tra la più pericolose”. L’indotto Ilva è un terreno da censire. “Sappiamo che non ci sono contratti di inserimento e che c’è un po’ dì interinale, che abbiamo denunciato”.
Ma il 22 maggio 2008 Uilm Fim e llva. hanno sottoscritto un accordo che, de­nuncia la Fiom, “apre l’ennesima stagio­ne di incertezze per i lavoratori a sommi­nistrazione”. Nel siderurgico tarantino rappresentano il 3% dei dipendenti (su 13.500, più l’indotto).
Con l’accordo, le parti escludono il loro utilizzo su attività produttive. Eppure, con­tinua Palombella, “sono anni che L’Ilva li utilizza, anche nei reparti di produzione”.
I «somministrati» non potranno superare il 9% degli occupati al 1 gennaio di ogni anno. La limitazione non si applica ai lavoratori inseriti in sostituzione di personale di ditte terze operanti alla data dell’accor­do, anche se, in caso di sostituzione dì una di esse, l’azienda potrà inserirlo nelle liste del «somministrato».
Un’eresia per Franco Fiusco, segretario della FIom provinciale. “Fissare la soglia del 9% per l’impiego di questi lavoratori e non prevedere limitazioni per la sostitu­zione del personale delle aziende terze, si­gnifica che in quello stabilimento a breve potrebbero esserci 5mila lavoratori somministrati”. Che pur operando nel com­patto metalmeccanico, non hanno lo sta­tus di metalmeccanici. “Ci sono ma non possono essere conteggiati. Neanche per la costituzione di diritti sindacali”.
Ma, secondo l’accordo, saranno stabiliz­zati. Almeno quelli che abbiano intratte­nuto rapporti di lavoro con mansioni equivalenti per 37 mesi complessivi, anche se non consecutivi. Ma, nota Fiusco, “quan­do abbiamo chiesto all’Ilva se un lavorato­re che arriva a 36 mesi o supera tra un contratto e l’altro i 40 giorni previsti dall’ac­cordo può essere stabilizzato, ha risposto di no”

LE REAZIONI

ROMA – Sara Farolfi

1,5 milioni in piazza. La Cisl con il governo: «Adesioni scarse»

Un milione e mezzo di persone in piazza, nonostante la piog­gia e nonostante la crisi, meri­terebbero sguardo e ascolto. Colpisce invece l’atteggiamento sprezzante del governo Berlusconi: “Il contrario di quello che si doveva fare” – e colpisce ancora di più quello, altrettanto sprez­zante, del secondo sindacato italiano, la Cisl.
Contro la crisi, più salario, più dirit­ti, più pensioni e più welfare: su que­ste parole d’ordine si sono riempite le piazze (108) di tutta Italia, ricompo­nendo il puzzle frastagliato di un pae­se travolto dalla crisi. Dove solo a no­vembre la cassa integrazione (che si­gnifica buste paga a 800 euro al mese, quando va bene) è cresciuta del 250%, nessun settore escluso. “L’adesione è molto buona, in moltissime aziende del paese andiamo ben oltre il doppio il numero dei nostri iscritti”, afferma il segretario confederale Enrico Panini. “Si possono avere opinioni diverse, si può criticare lo sciopero ma tutto il pa­ese deve inchinarsi con rispetto al lavo­ratore che rinuncia a ore di salario per essere qui”, dice da Bologna Gugliel­mo Epifani. Al contarlo, la consueta guerra di cifre che sempre segue ogni mobilitazione si è arricchita ieri di nuovi protagonisti. Non solo le imprese, a rettificare i dati sulle adesioni allo scio­pero, e non solo il governo, con il mini­stro Brunetta navigato capofila nello stare sotto la soglia del 10% e che ieri infatti ha quantificato in un 9% l’ade­sione allo sciopero nel comparto pub­blico: “Cifre artefatte e menzognere”, replica Carlo Podda (Cgil) che parla in­vece di “un’adesione ovunque superio­re al nostro bacino associativo”.
Nella mischia si butta anche la Cisl: “Tanto tumore per nulla, tranne qual­che storica piazza politicizzata, nelle al­tre città la partecipazione alle iniziati­ve della Cgil è stata alquanto modesta, in piazza non c’erano che pochi stu­denti, qualche centro sociale e i soliti movimenti d’opposizione. Nei posti di lavoro le adesioni sono state davvero scarse”. Raffaele Bonanni riesce a liqui­dare il tutto come “un regolamento di conti dentro la sinistra”.
Il sindacato dl corso d’Italia parla invece di “una significativa adesione nell’industria, settore falcidiato dalla cassa integrazione” – alla Fiat correva il giorno precedente alla chiusura forzata degli impianti e i sindacati dicono di un’adesione del 50% (il 16% secondo l’azienda). Nel­l’ agroindustria si è fermato oltre 11 70% dei lavoratori, per il comparto pubbli­co si parla di “adesioni superiori a quel­le della mobilitazione di novembre”: la scuola ha aderito in media al 45%, con punte del 90%; l’università al 40% e ne­gli enti pubblici di ricerca le adesioni sono state pari al 50%. Quanto al com­mercio va ricordata la mobilitazione nazionale del 15 novembre oltre al fat­to che – precisa la Filcams, che parla di una partecipazione «più alta della me­dia, la bassa adesione dei lavoratori del commercio agli scioperi è un dato storico». “Un rito consumato” secon­do il ministro Sacconi, “ci auguriamo che si possa ritornare a parlare delle cose vere, a partire dalla protezione concreta dei lavoratori in carne ed os­sa”. E cioè social card e bonus, un’una tantum per pochi indigenti, questo ha partorito il governo a fronte di una cri­si senza precedenti. “Questo sciopero non è un punto di arrivo conclusivo della mobilitazione di questi mesi – di­ce da Napoli, Gianni Rlnaldini (Fiom) -Qualora governo e Confindustria non accogliessero le richieste di muta mento della politica economica e di quella contrattuale, alla base di questo sciopero, saranno necessarie ulteriori forme di mobilitazione”. Conclude Ri­naldini: “A chi dice,che la Cgil è isolata rispondiamo che un sindacato si sente isolato solo quando non ha un rappor­to solida con i lavoratori che mole rap­presentare”.