Sciogliere il nodo pensioni- A.Recanatesi

30/06/2003


30 Giugno 2003

LA RIFORMA PREVIDENZIALE E LA VITA MEDIA CHE CRESCE

Sciogliere il nodo pensioni
senza voler fare i ragionieri

Alfredo Recanatesi

L’ETÀ pensionabile deve seguire la speranza di vita media» ha sentenziato il Procuratore generale della Corte dei Conti che ha unito il peso della sua istituzione a quel crescendo rossiniano di pressioni che sta preparando il terreno a un intervento del governo in materia di previdenza. Detta così, l’asserzione è quasi lapalissiana: se la vita si allunga, deve allungarsi anche la sua parte attiva nella produzione del reddito; insomma, si deve lavorare più a lungo e andare in pensione in una età più avanzata di quella che, mediamente, è stabilita dalle norme vigenti. Ma nella realtà le cose non sono affatto così semplici e lineari.
Intanto va osservato che nelle ipotesi di riforma si delineano, ma non tanto distintamente, due direzioni di intervento. La prima è quella che discende dalla lapalissiana asserzione che la Corte dei Conti ha fatto propria: se la vita si allunga, deve allungarsi anche la vita di lavoro con l’effetto di abbreviare la vita del pensionamento e, quindi, alleviare il costo di questa seconda sulla prima. La seconda linea sottende, implicitamente, una diversa distribuzione delle risorse: siccome la vita del pensionamento si allunga rispetto a quella del lavoro, il riequilibrio dei conti può essere ottenuto riducendo l’importo delle pensioni, ciò che si ottiene ragguagliandolo all’entità dei contributi accumulati da ciascuno nelle varie forme – pubblica obbligatoria, di categoria, personale -; e se poi questo importo ridotto non soddisfa, ci si pensi per tempo accumulando una maggiore quota di reddito.
Entrambe queste linee di intervento (ed a maggior ragione una qualsiasi loro combinazione) sono però ingannevoli. L’allungamento della vita di lavoro non può dipendere da un dettato legislativo, e tanto meno da una norma dell’ordinamento previdenziale. Non c’è lavoro perché le persone – come dire? – mature possano lavorare più a lungo, come potrebbero e come spesso vorrebbero. Il sistema produttivo non le richiede, quasi sempre le respinge; e quando proprio non può fare a meno di impiegarle lo fa a scapito dell’assunzione di giovani, la cui entrata nel mondo del lavoro è già sensibilmente ritardata.
In questo, il nostro sistema è diverso da quello degli altri paesi europei, quindi è fuorviante e strumentale (si può dire anche disonesto?) continuare a sottolineare come in Italia l’età del pensionamento sia più precoce che in quasi tutti gli altri paesi, come se dall’Europa possa essere mutuato un dato o una norma come paradigmi assoluti, senza considerare il contesto che sta loro attorno.
Anche la seconda linea di intervento è ingannevole perché il metodo contributivo è una forma attraverso la quale la pensione viene ridotta determinando la necessità che ogni lavoratore sottragga dal proprio reddito lordo, oltre agli attuali contributi, una quota aggiuntiva più o meno volontaria per alimentare una o più integrazioni. La previdenza, quindi, costerà di più e, quindi, un dibattito più onesto e trasparente dovrebbe riguardare il quanto di più, chi lo deve pagare, se attraverso norme obbligatorie e strutture pubbliche, oppure attraverso scelte volontarie e assicurazioni private.
Sondaggi confermano che si diffonde fino a diventare largamente maggioritaria la preferenza per il mantenimento dell’attuale sistema anche se dovesse comportare – come sarebbe pressoché certo – un aumento della fiscalità: una preferenza che dovrebbe essere attentamente considerata dai leader politici per ovvi motivi di consenso, ma anche dagli economisti, dal momento che essa prefigura la soluzione più efficiente al problema politico e umanitario, oltre che economico, dato dall’invecchiamento della popolazione. Se aumenta la quota di popolazione anziana, è ovvio che in un modo o nell’altro la quota di reddito ad essa destinata debba aumentare; nessuna riforma vi si può opporre. Soprattutto in presenza di scarsità di lavoro, non si crea alcun conflitto generazionale poiché i giovani sono agevolati nell’ereditare l’occupazione degli anziani e, proprio perché sono relativamente pochi, la loro produttività può crescere più facilmente e con essa il reddito che devono produrre per se stessi e per l’intera collettività. Il vero conflitto si accenderebbe se i giovani dovessero rimanere più a lungo disoccupati a motivo della permanenza sul lavoro di pur gagliardi e pimpanti settantenni (che comunque dovrebbero mantenerli).
Questo per dire che affrontare la questione previdenziale con l’approccio del ragioniere è estremamente rischioso, e davvero incombe la possibilità che il problema contabile della previdenza venga risolto (se mai verrà risolto) creando problemi sociali, politici, economici molto più dirompenti.