Schifani: «Non li faremo cadere mai»

08/11/2007
    giovedì 8 novembre 2007

      Pagina 3 – Primo Piano

        Retroscena
        La sindrome di Godot

        E Schifani sbottò
        “Non li faremo
        cadere mai”

          AMEDEO LA MATTINA

          ROMA
          Al Senato l’ultima frontiera del centrodestra per far cadere il governo è il compagno Franco Turigliatto. L’opposizione non sa come fermare la corsa della Finanziaria verso l’approvazione e ieri ci ha provato votando perfino due emendamenti dell’ex rifondarolo torinese. Nella maggioranza galvanizzata si sprecano le battute ortopediche sulla spallata di Berlusconi che non riesce. E c’è chi come Tommaso Barbato, capogruppo dell’Udeur, è su di giri e scherza: «Sarebbe divertente mandare qualcuno da lui dicendo “presidente, io sono pronto a fare il killer del governo”. Poi venire in aula e tirare i soldi in aria gridando: guardate quanto ci ha dato per tradire!».

          La stessa ilarità nella Cdl non c’è. Il capogruppo di Forza Italia, Renato Schifani, attraversa il Transatlantico un po’ mogio. Si scuote un attimo quando la Ragioneria dello Stato non «bollina» la cancellazione dei ticket sanitari. «Non è detta l’ultima parola, vediamo come va a finire, c’è ancora molto da votare…», dice Schifani che invece sa già come potrebbe finire. Un deputato di Forza Italia riferisce che lunedì, all’assemblea del gruppo di Fi, Schifani avrebbe detto: «Nessuno del centrosinistra passerà con noi. Non ce la faremo a far cadere il governo. Noi comunque dobbiamo restare unire, serrare i ranghi». Quel «nessuno» era riferito a Lamberto Dini e ai suoi due senatori, Giuseppe Scalera e Natale D’Amico. Il quale D’Amico ieri ha chiesto al governo alcune modifiche sull’assunzione dei precari nella Pubblica Amministrazione e le ha ottenute. «L’Italia – dice in serata D’Amico – è l’unico Paese al mondo in cui l’opposizione non fa proposte alternative, ma si dà come strategia la caduta del governo. E’ la degenerazione del sistema politico. Questo modo di fare riduce gli spazi di manovra per chi, come noi, si batte per migliorare i provvedimenti in senso riformista e liberale».

          Giuseppe Pisanu, ex ministro dell’Interno dell’ultimo governo Berlusconi, osserva la scena di «un centrodestra allo sbando» che non riesce a convincere «nessuno» dell’Unione a passare dall’altra parte della barricata. Parla con un altro senatore azzurro, dice che il capogruppo Schifani è «inesistente», che Berlusconi si è avvitato nella convinzione di avere l’elenco dei parlamentari pronti a cambiare casacca: «Non sta facendo politica. Anche sulla questione sicurezza, Fini ha colto l’attimo e ha inferto una ferita al veltronismo, mentre Silvio è rimasto a guardare».

          Passa Roberto Castelli, capogruppo della Lega: «Quando si chiude questa fase della Finanziaria, niente sarà come prima. Ognuno nella Cdl si riposizionerà come crede. Non venite a chiedere a noi perché Berlusconi ha sopravvalutato le divisioni nella maggioranza. In effetti a luglio ci aveva anticipato che Dini non avrebbe aderito al Pd e si sarebbe messo in proprio, e si è verificato. Adesso la profezia del passo successivo non si è avverata». E ora? Dopo il 14 novembre, dicono esponenti di primo piano di An che non vogliono essere citati, Fini e Casini porteranno il conto a Berlusconi che si è giocato la credibilità della leadership. «E’ chiaro che ci saranno fibrillazioni – osservano alla presidenza del gruppo di An – a cominciare dal fatto che noi vorremo fare le riforme e Berlusconi no».

          Ma questo non è detto. Il Cavaliere, una volta fallita la spallata, non si farà scavalcare dai suoi alleati nel dialogo sulle riforme istituzionali e la legge elettorale. E’ logico che vorrà essere lui l’interlocutore principale di Walter Veltroni. L’Ansa gli attribuisce un’affermazione fatta ieri durante un pranzo con imprenditori alla Fiera di Milano: cioè di essere favorevole a un accordo di buon governo con l’ala meno radicale della sinistra, rilanciando in qualche modo l’ipotesi di un governo istituzionale. Il portavoce Paolo Bonaiuti si è affrettato a smentire. «Il presidente Berlusconi si riferiva all’offerta fatta all’indomani delle elezioni, quando il risultato rese chiaro che l’Italia era divisa in due. Ma oggi quell’ipotesi non esiste più. Non ci sono le condizioni per un governo istituzionale». In realtà il Cavaliere avrebbe ripetuto quanto detto in occasione di un incontro ad Arcore, il 24 ottobre, ai commissari dell’Expo: la maggioranza è prigioniera della sinistra radicale, ma anche lui ha avuto problemi di governabilità. «Gli estremisti ci sono pure nel centrodestra». Per cui l’auspicio sarebbe un taglio delle ali che dovrebbe riguardare anche la Cdl.