Schiavi nei campi, Alessandria come Rosarno

27/06/2012

Alessandria come Rosarno. Perché la crisi è ovunque e gli schiavi costano meno, in Calabria come in Piemonte.Eanche al Nord c’è chi non rinuncia a risparmiare sulla mano d’opera guadagnando sulla pelle dei lavoratori. Operai a basso costo, come i 44 marocchini dell’azienda agricola Lazzaro, trovati venerdì scorso dalle forze dell’ordine in una cascina di Castelnuovo Scrivia (provincia di Alessandria). L’azienda è una delle realtà agricole più importanti
della zona e fa parte della filiera che serve i mercati di Milano e Torino. Costretti da due anni a lavorare per 12-13 ore al giorno, chini sui campi a raccogliere ortaggi per sette giorni alla settimana, gli operai nord africani ricevevano un compenso di poco più di trecento euro al mese. Venerdì però, di fronte al rifiuto del proprietario della Lazzaro di pagare il salario, è esplosa la rabbia e i lavoratori hanno incrociato le braccia iniziando a protestare con il loro padrone. Curiosamente è stata proprio l’azienda ad allertare le forze dell’ordine credendo di riuscire a ristabilire la normalità. Ma una volta arrivati, gli uomini dell’Arma non hanno potuto fare altro che certificare lo stato disumano in cui i si trovavano i lavoratori. Deperiti, disidratati, in condizioni di affaticamento estremo, molti di loro presentavano ernie alla schiena. Quattro donne poi, non riuscendo a pagarsi un alloggio, si erano sistemate all’interno della cascina stessa. I carabinieri hanno effettuato le verifiche sui lavoratori accompagnandoli addirittura nelle loro abitazioni per recuperare i documenti. Sul posto è arrivata anche la Flai Cgil: «Ora il problema è trovare un’altra sistemazione ai lavoratori – spiega a l’UnitàValter Crespo segretario generale del Piemonte – Abbiamo chiesto l’istituzione di un tavolo di crisi, finora però non abbiamo ricevuto nessuna risposta concreta e non c’è ancora una data.
Anche se – aggiunge – la provincia ci ha dato la sua disponibilità». Per la maggior parte i lavoratori sono immigrati regolari e l’obbiettivo del tavolo di crisi è ottenere la ricollocazione di queste persone su altre aziende. Unaquestione di cui dovrebbe occuparsi l’assessorato provinciale del lavoro che gestisce il collocamento. Nel frattempo è necessario che si arrivi presto a unasoluzione legale dell’episodio. Per ora c’è un esposto alla questura e la sospensione dell’attività aziendale, «ma – spiega Crespo – stiamo aspettando che vengano presi provvedimenti più duri». Da sabato c’è un presidio sul tratto della statale davanti alla Lazzaro. I lavoratori non hanno niente, neanche il necessario a soddisfare i bisogni primari e, a parte la Cgil, ci sono solo alcune associazioni locali che si occupano di dar loro da mangiare. Una cooperativa si è offerta di ospitare le quattro donne rimaste senza un posto dove vivere. Pochi immaginavano che anche l’industrioso Piemonte, spesso portato come felice esempio di integrazione, potesse ospitare fenomeni del genere. Tra questi c’è proprio Crespo che già un anno fa aveva messo in guardia le istituzioni riguardo il problema. Allora si trattava di trovare una definizione legislativa del caporalato, reato che fu poi introdotto in agosto con la manovra bis (e che oggi prevede la detenzione fino agli otto anni e una multa dai mille ai duemila euro per ogni lavoratore reclutato). L’anno scorso – racconta Crespo – quando sostenevo che ci fossero delle probabilità che questo fenomeno si potesse sviluppare anche da noi, mi presero per un visionario. Dicevano che era una realtà che non apparteneva al Piemonte ma solo al Mezzogiorno». Per fortuna questo è il primo episodio grave ma dimostra che lo sfruttamento di lavoratori stranieri non è a esclusivo appannaggio di regioni come la Calabria, la Basilicata o la Campania. «Quelli che vengono qui per lavorare, si sente dire spesso al Nord, sono ben accetti». Evidentemente questo è vero soprattutto se sono disposti a farlo in condizioni disumane.