Schiaffo al sindacato incapace di reagire in modo unitario

05/03/2010

C’è un paese allo sbando con partiti di maggioranza che non sono nemmeno in grado di rispettare le regole per le elezioni. Con fabbriche che chiudono e operai costretti a forme di lotta inusitate. Con la Uil di Luigi Angeletti, non una qualche organizzazione eversiva, che denuncia 200 mila prossimi licenziamenti. E in mezzo a questo bailamme che cosa fa il centrodestra? Rispolvera l’articolo 18, quello, appunto, dei licenziamenti facili. Nove anni fa mise in subbuglio la penisola e poi fu rinchiuso in un cassetto. È come se si appioppasse uno schiaffone non solo ai partiti
dell’opposizione, ma anche ai rappresentanti naturali del mondo del lavoro, ovverosia i sindacati. I quali però, anche in questa occasione, non rispondono in modo omogeneo. Qualcuno sembra porgere l’altra guancia e, anzi, spiega come si tratti di cosa ottima, da digerire. Eppure non risulta essere frutto di una trattativa nemmeno con Cisl e Uil, a menoche qualcuno non voglia malevolmente insinuare la tesi di un negoziato sottobanco. Così come non sono state raccolte le ostinate obiezioni del Pd in sede parlamentare. La verità è che siamo di fronte ad un sistematico scardinamento del diritto del lavoro. Non c’è solo di mezzola questione dei licenziamenti. Lo spiega, a margine di un convegno promosso dal «Diario del Lavoro », uno studioso e «moderato» come Tiziano Treu, mentre discute animatamente con Giuliano Cazzola (Pdl). Spiega Treu che l’introduzione del cosiddetto arbitrato di «equità» apre la strada a interventi su molte altre questioni. Perché ogni «arbitro» può avere un suo criterio di «equità». E può così mutare gli assetti di ferie, orari, norme di sicurezza, fino alla tutela dei licenziamenti ingiusti. E non è vero (come sostiene la Cisl) che è tutto affidato alla contrattazione. Gran parte dei lavoratori, specie nelle aziende dove non c’è il sindacato (e sono tantissime), rimarranno soli e ricattabili. È la goccia che fa traboccare il vaso,come da tempo va predicando, inascoltato, un deputato del Pd, Cesare Damiano. Viene dopo la cancellazione dei libri paga, matricola e presenza; dopo la cancellazione della responsabilità in caso d’incidenti dei committenti nella catena degli appalti; dopo la reintroduzione del lavoro a chiamata e dello staff leasing; dopo la cancellazione in sostanza del protocollo sul welfare del 2007 votato da Cgil Cisl, Uil e da milioni di lavoratori. Sarà possibile bloccare questa offensiva? Lo sciopero del 12 marzo indetto dalla sola Cgil sarà una carta importante. Ma non bisogna illudersi sulle spallate decisive. Occorrerà un’azione prolungata e capace di incidere, cercando alleanze e proposte. Chiedendo, come fa Epifani, a Cisl e Uil, una discussione nel merito.Nonaffidata agli aggettivi (voi retrogradi, noi moderni). Perché Bonanni e Angeletti non rispondono, ad esempio, agli argomenti di studiosi come Tiziano Treu, Umberto Romagnoli, Luciano Gallino, Massimo Paci, Piergiovanni Alleva, Massimo Roccella, Luigi Mariucci per citare solo alcuni degli oltre cento giuristi che hanno firmato un appello contro quella che considerano una vera e propria controriforma del diritto del lavoro? È possibile uscire dalla tenaglia fra un sindacato d’opposizione e un sindacato accomodante convinto che l’attuale maggioranza, malgrado le crepe, sia invincibile? A meno che non si sia deciso d’imboccare la strada rovinosa non della proposta unitaria, ma della separazione definitiva. Con sindacati vassalli e sindacati ostili. La fine del “caso” italiano, oltre che del diritto del lavoro, come dicono i giuristi dell’appello.